Amelia Peláez
Amelia Peláez, artista femminista dell’avanguardia cubana, ha trasformato l’intimità domestica in una dichiarazione estetica e politica.
Con uno stile inconfondibile, caratterizzato da colori intensi, linee marcate e una forte componente decorativa, ha esplorato diverse tecniche, pittura, ceramica, illustrazione e murales.
Nata il 5 gennaio 1896 a Yaguajay, nella provincia di Las Villas, Amelia Peláez y del Casal apparteneva a una numerosa e colta famiglia della borghesia creola che l’aveva allevata in un ambiente intellettuale fertile, dandole modo di sviluppare uno sguardo indipendente e una sensibilità fuori dagli schemi.
Educata inizialmente in casa, lontana dai rigidi programmi coloniali dominati dall’élite cattolica spagnola, aveva ricevuto una formazione più libera e meno vincolata ai pregiudizi, iniziando presto a coltivare la pittura sotto la guida di Doña Magdalena, figura legata ai movimenti indipendentisti.
Trasferitasi all’Avana nel 1915, dopo la morte del padre, aveva trovato nella casa familiare di La Víbora – Villa Carmela – non solo un rifugio, ma un universo simbolico destinato a permeare tutta la sua opera. Colonne neoclassiche, vetrate, ferri battuti, cortili tropicali e piante rigogliose sono stati elementi ricorrenti del suo immaginario pittorico.
Entrata all’Accademia di San Alejandro, in un ambiente ancora legato al neoclassicismo europeo, aveva trovato nel maestro Leopoldo Romañach una figura aperta al dialogo e alla sperimentazione.
Dopo il diploma, si era trasferita a New York e poi a Parigi dove si era immersa nelle avanguardie europee, frequentando istituzioni come l’École des Beaux-Arts, l’École du Louvre e l’Académie de la Grande Chaumière.
Nella capitale francese, studiando con Aleksandra Exter, aveva assimilato le possibilità del colore, della composizione e dell’astrazione, maturando il suo proprio stile e, soprattutto, una consapevolezza profonda del proprio ruolo di donna e artista.
Negli anni parigini, opere come Mujer con abanico (1931) hanno segnato una fase di ricerca già orientata verso una sintesi personale. La mostra del 1933 alla Galerie Zak le aveva portato il primo importante riconoscimento internazionale.
Quando, l’anno seguente, era rientrata a Cuba, vi aveva trovato un paese attraversato da crisi politiche e tensioni identitarie.
La sua prima mostra personale in patria si tenne nel 1935 al Lyceum, organizzazione femminile che aveva l’obiettivo di promuovere la cultura cubana attraverso l’arte, la musica e la letteratura.
È stata una delle pochissime donne entrate a far parte del movimento d’avanguardia cubano, la vanguardia che utilizzava l’arte per esplorare e definire la propria cultura come entità a se stante.
Mentre altri artisti esploravano l’afrocubanismo e il criollismo, che studiavano rispettivamente la discendenza afro-cubana ed euro-cubana, Amelia Peláez si era concentrata sulla sua esperienza con la cubanidad, osservando la vita e la società da un punto di vista diverso che esplorava e rendeva protagonista il ruolo politico delle donne.
Per lei l’azione di creare era dare valore ai concetti e alle idee.
La sua opera ha delineato un linguaggio che ha trasformato la tradizione in modernità. Elementi della cultura afro-cubana, della vita domestica e dell’architettura coloniale sono stati scomposti e ricomposti in strutture geometriche, ornate da contorni neri marcati e campiture di colore intenso.
Negli anni Quaranta, sviluppando quello che sarebbe stato definito “cubismo cubano”, ha portato nella pittura una prospettiva nuova e critica. I suoi lavori, spesso analisi e celebrazione degli spazi quotidiani, sono scenari simbolici in cui si inscrive una visione femminista.
Oggetti domestici e frutti rappresentavano segni di fertilità, identità, resistenza, incarnando la tensione tra sensualità, struttura e significato sociale.
Parallelamente, collaborando con riviste come Orígenes ed Espuela de Plata, ha partecipato attivamente alla costruzione di un discorso culturale nazionale, in cui arti visive e letteratura dialogavano nella definizione di un’identità cubana autonoma.
Nel tempo, il suo lavoro è stato riconosciuto anche a livello internazionale. Invitata alla Bienal de São Paulo nel 1951 e alla Biennale di Venezia nel 1952, era stata sostenuta da figure come Alfred H. Barr, fondatore del MoMA, che aveva acquisito le sue opere per la collezione permanente di cui ancora fanno parte.
Nel 1958 è stata ospite d’onore e membro della giuria alla Prima Biennale Interamericana di Pittura e Incisione a Città del Messico.
Nonostante la notorietà, la sua vita è stata segnata da difficoltà economiche e dalla marginalità tipica di molte artiste del suo tempo.
Per lunghi periodi si è dedicata all’insegnamento e faticato per vendere le proprie opere e far accettare la sua arte moderna. Eppure, senza mai arretrare, ha continuato a sperimentare, portando il proprio linguaggio oltre la tela e trasformando la materia stessa in espressione vitale.
La ceramica, per lei, non è stata un ambito secondario ma una prosecuzione naturale della pittura, un’altra superficie su cui far vibrare luce e colore, un altro modo di dare forma a quella energia tropicale che permea tutta la sua opera. Nei suoi lavori, la luce di Cuba non è semplicemente rappresentata, ma interiorizzata e restituita come struttura stessa dell’immagine.
Ha realizzato diversi murales, situati principalmente nelle scuole di Cuba, sono famosi anche quelli in ceramica presso il Tribunal de Cuentas (1953) e la facciata dell’hotel Habana Hilton (1957).
Rimasta all’Avana anche dopo la Rivoluzione cubana, ha continuato a vivere e lavorare nella sua casa-studio fino alla morte, avvenuta l’8 aprile 1968, lasciando un’eredità che solo negli anni successivi sarebbe stata pienamente riconosciuta.
Oggi, i suoi dipinti – spesso chiamati semplicemente “Amelie”, come se il nome bastasse a identificarli – testimoniano la forza di una visione che ha saputo fondere modernismo europeo e identità caraibica, creando un linguaggio unico.
Amelia Peláez ha aperto uno spazio di espressione femminile in un contesto dominato da uomini, trasformando la dimensione domestica in un luogo di potere simbolico e creativo.
La sua arte, attraversata da memoria, colore e struttura, incarna una forma di resistenza estetica e politica che si iscrive pienamente nella storia del femminismo latinoamericano.
Amelia Peláez è stata tutta luce, colore e combinazione d’immagini, i suoi pezzi emanano vita.
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