Arpita Singh
Tutte le opere d’arte, che si tratti di un libro, una canzone o un dipinto, sono specchi. In un certo senso, l’artista ti mostra lo specchio e tu ci vedi te stesso.
Arpita Singh è l’artista indiana che ha sfidato, attraverso le sue opere, un sistema misogino che l’avrebbe voluta ai margini, ha rappresentato la guerra e la miseria e, per prima, ha introdotto il mondo domestico rivendicandone la validità come genere artistico.
Pittrice femminista, ha organizzato le prime mostre in cui si esponevano soltanto opere di donne.
Una carriera lunga oltre sei decenni, fatta di tele dense di figure, lettere e simboli, che si rincorrono senza mai offrire una chiave di lettura univoca.
Nata con il nome di Arpita Dutta, il 22 giugno 1937 a Baranagar, nel Bengala Occidentale, allora sotto il dominio britannico, aveva solo nove anni quando, dopo la morte del padre, aveva lasciato la sua città natale insieme alla madre e al fratello per trasferirsi a Delhi, un anno prima della Partizione che avrebbe insanguinato il subcontinente. Un trauma che non l’ha mai abbandonata e che è riemerso, nel tempo, in molte delle sue opere.
Ha studiato al Politecnico, dove ha frequentato i corsi di Belle Arti dal 1954 al 1959. Ha iniziato a muovere i primi passi nel mondo dell’arte fondando il collettivo “The Unknown” con cui ha tenuto la prima mostra nel 1962. Nelle sue prime opere l’innocenza giovanile dell’arte popolare si fondeva con una nuova sensibilità frutto della sua esperienza nel mondo dell’avanguardia.
Quando doveva risparmiare carta, disegnava su qualsiasi supporto avesse a disposizione. Profondamente attratta da cartelloni pubblicitari, insegne, opuscoli e giornali, realizzava disegni su volantini e cataloghi stampati, integrando i testi con le sue immagini.
Dopo la laurea, ha lavorato al Weavers’ Service Centre, istituzione del governo indiano dedicata alla tutela delle tradizioni tessili, dove ha acquisito una conoscenza profonda di tecniche, motivi e materiali che si sarebbe poi riflessa nella trama stessa dei suoi quadri.
Nel 1962 ha sposato il collega pittore Paramjit Singh e da quel momento ha firmato nel sue opere col cognome del marito. Insieme hanno avuto una figlia, Anjum Singh, anch’ella artista, morta di cancro nel 2020.
La sua prima mostra personale si è tenuta nel 1972 alla Kunika Chemould Gallery di Delhi. Da lì le sue opere hanno iniziato a circolare nei luoghi più importanti del mondo dell’arte come la Royal Academy di Londra, il Centre Pompidou di Parigi e la Biennale dell’Avana.
Tra il 1987 e il 1989 ha organizzato, insieme alle colleghe Nalini Malani, Nilima Sheikh e Madhvi Parekh, la mostra itinerante Through The Looking Glass, interamente dedicata a opere di donne, ispirata a un incontro newyorkese con Nancy Spero, May Stevens e Ana Mendieta.
Negli anni tra il 1976 e il 1981 ha abbandonato la figurazione per dedicarsi esclusivamente al disegno. Ha sperimentato linee e punti tracciati centinaia di volte con matite, penne, pastelli, vernice spray, persino con coloranti vegetali e shampoo allo shikakai, in un esercizio quasi ossessivo che lei stessa ha descritto come il tentativo di imparare a “muoversi sulla tela“.
Nei suoi primi lavori ha privilegiato l’acquerello e l’inchiostro bianco e nero; negli anni Ottanta è passata a una tavolozza dominata da rosa e blu, raccontando di donne bengalesi immerse nelle routine quotidiane, circondate da teiere, cuscini, fiori e bandiere. Con le rivolte sikh del 1984 il suo sguardo si è progressivamente spostato alla violenza del mondo esterno e nelle sue tele hanno cominciato a comparire cadaveri coperti da lenzuola bianche, autobus, armi da fuoco e soldati.
Devi Pistol Wali del 1990, è forse la sua opera più discussa, viene rappresentata una divinità induista che regge, con le sue molte braccia, anche una pistola, mentre sopra di lei volteggiano aerei militari. L’opera sovverte la mitologia e i ruoli di genere tradizionali per sfidare il patriarcato della società indiana.
Negli anni Novanta è passata definitivamente all’olio su tela, continuando a costruire un immaginario fatto di donne nude prive di connotazione sessuale, figure grottesche con anatomie esposte, mappe, automobili, carri armati e uomini in nero che incarnano la burocrazia kafkiana del subcontinente. Un mondo che conduce lungo un sentiero apparentemente innocente fino a farlo ritrovare nel mezzo di una sparatoria o di una strada affollata.
Il riconoscimento internazionale, a lungo mancato nonostante importanti premi e mostre alla Art Gallery of New South Wales di Sydney e alla Triennale di Delhi, è arrivato solo in tempi recenti. Nel 2021 il Centre Pompidou ha incluso il suo lavoro nella mostra Donne nell’astrazione, nel 2022 è stata presente al Modern Art Museum di Fort Worth con Donne che dipingono donne e, nella primavera del 2025, la Serpentine Gallery di Londra le ha dedicato Remembering, la sua prima personale in uno spazio istituzionale fuori dall’India, con oltre centosessanta opere che raccontano sei decenni di carriera.
Arpita Singh continua, instancabile, a dipingere ogni giorno, dalle nove del mattino al primo pomeriggio, nella sua casa di Nizamuddin East, a Nuova Delhi.
Il suo mondo si basa sulle analogie. Sia i suoi disegni che i soggetti dei suoi acquerelli sono metafore. Esprimono uno stato d’animo, una sensazione di felicità, gioia, stanchezza o tristezza, un momento del giorno, della sera o della notte, facendovi riferimento attraverso un oggetto, la sua forma o consistenza.
Che io ne sia consapevole o meno, c’è qualcosa che accade nel mio profondo. È il modo in cui scorre la mia vita.
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