Azzurra Rinaldi
Economista femminista
Azzurra Rinaldi è l’econonista femminista più rock che ci sia. Ha scelto di fare qualcosa che in Italia è ancora profondamente controcorrente, portare l’economia fuori dai luoghi in cui è sempre stata custodita per renderla accessibile e comprensibile.
Non per semplificarla ma per redistribuirla.
È autrice di articoli e libri illuminanti sul gender gap come Le signore non parlano di soldi, Come chiedere l’aumento. Strategie e pratiche per darti il giusto valore e Soldi, sesso e potere. Come il desiderio muove il mondo (e i mercati).
Insegna Economia Politica all’Università Unitelma Sapienza di Roma, dove dirige la School of Gender Economics. Nel 2022 ha fondato Equonomics, per portare il tema dell’equità di genere all’interno di aziende e istituzioni, con particolare attenzione alla comunità LGBTQIA+.
Nel 2022 Startupitalia l’ha inserita nell’elenco delle UnstoppableWomen, le mille donne che stanno cambiando l’Italia.
Ha una rubrica intitolata Ricette d’economia sul mensile Cook del Corriere della Sera e scrive per Il Riformista e Il Sole 24 Ore.
Nata il 26 marzo 1978 a Tivoli e laureata alla Sapienza nel 2003, è specializzata in sviluppo sostenibile.
È consulente della commissione parlamentare di inchiesta sul femminicidio e su ogni forma di violenza di genere ed è nel board della European Women Association, di Opera for Peace e della UK Confederation. Fa parte del Comitato Scientifico di Save the Children e dell’Osservatorio sul Terziario ManagerItalia. Ha lavorato sul campo per la formazione e l’empowerment femminile in paesi come Libano e India.
Non è propriamente l’accademica che ci si aspetta di trovare in un’aula universitaria e proprio per questo il suo contributo è prezioso, ha scelto di divulgare l’economia come forma di militanza.
Perché, a un certo punto, studiare non basta più.
Lo racconta lei stessa, quando dice che a un certo punto le è mancata una ricaduta collettiva di tutto quel sapere e ha capito che restare nel suo spazio non era più sufficiente.
E allora lo ha allarghato.
Perché il problema non è teorico. È strutturale.
E passa anche, e soprattutto, dal denaro.
Non è un caso che i suoi libri tocchino proprio questo nervo scoperto. Non si limitano a spiegare come funzionano i meccanismi economici, ma fanno qualcosa di più scomodo, mettono le donne davanti alla necessità di riconoscere il proprio valore.
Non sapere quanto chiedere, non saper gestire il proprio denaro, sentirsi in difetto quando si parla di soldi non è una caratteristica individuale ma il risultato di un’educazione precisa, di un sistema che ha tutto l’interesse a mantenere le donne lontane da certi strumenti.
Azzurra Rinaldi ha scelto di sopperire a questa carenza culturale, scrivendo, insegnando, parlando sui giornali e traducendo un linguaggio che è sempre stato esclusivo, trasformandolo in qualcosa che possiamo usare, davvero, nelle nostre vite. Perché rendere accessibile qualcosa significa togliere potere a chi lo detiene.
Nella sua vita personale, con tre figlie e una carriera accademica, ha sperimentato che il lavoro, così com’è strutturato, non è pensato per le donne. Non lo è nell’università, non lo è nelle aziende e da nessuna altra parte.
Rallentare a causa delle gravidanze, ha significato perdere opportunità, ancora oggi il child penalty, continua a definire le traiettorie professionali femminili, pone di fronte a una scelta che gli uomini non devono fare e spesso non si hanno alternative reali.
Anche per questo, sempre più donne decidono di fare impresa. Non solo per ambizione, ma per necessità. Per creare spazi in cui poter esistere professionalmente senza dover continuamente negoziare la propria presenza.
Azzurra Rinaldi questa cosa la dice chiaramente: fare impresa può essere un atto di resistenza.
E forse è proprio questo il punto che dà più fastidio.
Così come dà fastidio un’altra cosa, la rabbia.
C’è sempre qualcuno pronto a spiegarci come dovremmo fare femminismo, come dovremmo porci, come dovremmo chiedere. Con calma, con gentilezza, dimostrando che in fondo conviene a tutti. Ma il problema non è il tono.
Il problema è la struttura. E allora no, non siamo esagerate. Siamo lucide.
Il lavoro di Azzurra Rinaldi si inserisce esattamente nello spazio scomodo in cui l’economia incontra la vita reale, in cui il denaro smette di essere un tabù e diventa uno strumento di libertà.
Lo fa anche in modo inaspettato, portando questi temi a teatro insieme a Antonella Questa con Piacere, Denaro!, spettacolo che unisce dati economici e narrazione per parlare di violenza economica. Un’espressione che ancora oggi fatichiamo a nominare, ma che attraversa la vita di moltissime donne.
E forse è proprio questo il filo che tiene insieme tutto.
Dare un nome alle cose.
Renderle visibili.
E poi, lentamente ma con ostinazione, provare a cambiarle.
Azzurra Rinaldi lo fa con chiarezza e con una capacità rara di rendere comprensibile ciò che è complesso senza svuotarlo.
Alla fine, però, la questione resta una sola.
Non è davvero un problema di economia.
È un problema di potere.
E finché non impariamo a riconoscerlo, a nominarlo e anche a reclamarlo, continueremo a sentirci fuori posto in spazi che dovrebbero essere anche nostri.
Forse è da qui che si parte.
Dal guardarsi davvero, come suggerisce lei.
E dal prendere, finalmente, parola. Anche — e soprattutto — quando si parla di soldi.
Sono una donna, una femminista, una persona che crede nell’uguaglianza dei diritti e nella giustizia sociale. Mi batto quotidianamente per superare le discriminazioni di genere che le donne subiscono sul mercato del lavoro e non solo.
https://www.unadonnalgiorno.it/azzurra-rinaldi-economista-femminista/



Il punto più forte è quello sull'impresa come atto di resistenza. Quando il sistema non prevede la tua esistenza professionale, costruirti un'alternativa non è una scelta romantica: è l'unica strategia razionale. E qui si vede il valore del lavoro di Rinaldi: spostare la conversazione dal piano morale a quello economico. Finché il gender gap resta un tema di principio, è facile ignorarlo. Quando diventa un numero su una busta paga, su un conto corrente, su un bilancio familiare, diventa impossibile fare finta di niente. Il denaro non è un tabù: è uno strumento di autonomia. E chi non lo capisce, o finge di non capirlo, ha tutto l'interesse a mantenere lo status quo.