Dijana Pavlović
Attivista per i diritti civili delle popolazioni Rom e Sinti
Quando avevo 7 anni la mia compagna di classe dopo che avevo preso dieci e lode in matematica mi ha detto: “Tanto sei una zingara e tale sarai per tutta la vita, non importa quello che fai”. Mia madre mi ha detto: “Smettila di piangere, dovrai essere sempre più brava degli altri per essere considerata uguale. Ti odieranno sempre, ma almeno ti rispetteranno”. Da allora so cosa vuol dire essere “zingaro” per gli “altri” e da allora, in vari modi combatto per i diritti del mio popolo.
Voglio che mio figlio, insieme con gli altri sei milioni di bambini e bambine Rom in Europa, abbia un mondo più bello e più giusto, che possa camminare a testa alta e non debba subire discriminazioni. Ho scelto come motto la frase attribuita al Mahatma Gandhi: “Chi fa una cosa per me senza di me è contro di me”.
Dijana Pavlović, attrice e attivista per i diritti civili delle popolazioni Rom e Sinti.
È fondatrice e portavoce di Kethane, movimento transnazionale, vice presidente dell’associazione Upre Roma, portavoce dell’Alleanza Romanì e presidente dell’European Institute for Roma Arts and Culture. Collabora da oltre vent’anni con le istituzioni europee per i diritti delle minoranze linguistiche e culturali.
Nata a Kruševac, in Serbia, l’11 novembre 1976 da una famiglia di etnia rom, si è laureata in Arte drammatica all’Università di Belgrado prima di stabilirsi in Italia, nel 1999.
Come attrice, ha partecipato a festival internazionali di Teatro, recitato in diversi spettacoli teatrali e nei film Provincia meccanica del 2005, Il prossimo tuo, del 2009 e Io rom romantica, del 2014.
Battendosi per la salvaguardia dell’identità, storia e letteratura rom e sinti, tiene un blog sul Fatto Quotidiano.
Nel 2025 ha pubblicato Irriducibili – Alterità dell’anima zingara, che intreccia autobiografia, analisi storico-politica, riflessione filosofica e testimonianze. Un testo che rivendica la legittimità di un sapere non accademico che pone dei punti fermi per chi non conosce le persecuzioni durate mille anni e di come quel razzismo “speciale” abbia trasformato il popolo rom e sinti in un capro espiatorio. Difende l’alterità culturale contro l’assimilazione forzata, critica gli stereotipi e sottolinea l’importanza di rispettare le tradizioni e i tempi del suo popolo.
Un testo che osserva come la società, da sempre, abbia costretto queste persone a vivere in modi per loro innaturali, ostacolandole nel loro nomadismo attraverso leggi nazionali e sovranazionali per limitarle e renderle stanziali, annullando la loro riproduzione attraverso sterilizzazioni forzate, imponendo integrazione, inclusione, assimilazione, ignorando e deridendo la loro cultura linguistica, musicale, sportiva, teatrale.
Un tentativo di esplorare il meccanismo che da mille anni, cioè da quando il popolo romanì si è spostato dall’India, abbia scatenato un’intolleranza verso le comunità nomadi che non si basa solo sulla discriminazione ma anche sul negazionismo di una cultura non riconducibile ai paradigmi occidentali.
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