Dolores Abbiati
Dolores Abbiati, partigiana, sindacalista e militante comunista, è stata eletta in parlamento per tre legislature al Senato dal 1968 e alla Camera dal 1972 al 1976.
La sua biografia ha il ritmo di un romanzo politico: il confino fascista da bambina, la Resistenza da adolescente, le lotte operaie del dopoguerra, il Parlamento negli anni delle grandi riforme sociali, fino all’impegno civile nelle scuole e nei movimenti antifascisti. Sempre dalla stessa parte: quella delle donne e degli uomini che vivono del proprio lavoro e attraverso esso rivendicano dignità.
Nata a Brescia il 17 marzo 1927, i suoi genitori, Antonia Oscar — detta Ninì — e Luigi Abbiati, erano sindacalisti e militanti comunisti, fin dal 1921.
Aveva meno di un anno quando la madre l’aveva portata a Lipari, dove il padre era stato mandato al confino politico dal regime. Nell’isola crebbe insieme al fratello Franco, mentre nasceva il più piccolo, Loris. Attorno a lei vivevano altri antifascisti destinati a diventare protagonisti della storia italiana come Ferruccio Parri, Carlo Rosselli e Emilio Lussu.
Dopo i cinque anni di confino la famiglia si era stabilita a Milano, Brescia li considerava indesiderabili. Ma nel 1937 era ricominciata la repressione e gli agenti dell’Ovra irrotti in casa nella vana ricerca di documenti clandestini, arrestarono i suoi genitori lasciandola sola coi suoi fratelli.
La sua famiglia venne di nuovo condannata al confino, questa volta a Ponza, isola di prigionia diventata anche una straordinaria scuola politica.
Tra i confinati c’erano Umberto Terracini, Camilla Ravera, Altiero Spinelli e Sandro Pertini.
Lì aveva frequentato le scuole elementari e assistito a discussioni politiche, leggendo libri passati di mano in mano e seguendo preziose lezioni informali.
Quando la guerra raggiunse l’isola, la famiglia Abbiati venne trasferita alle Tremiti con un sussidio ridotto drasticamente che li ridusse alla fame.
Per aiutare la famiglia Dolores venne mandata a Intra, sul lago Maggiore, dalla nonna Melania, dove aveva lavorato come commessa nella panetteria della zia.
Dopo l’8 settembre 1943, aveva scelto di unirsi alla Resistenza. Aveva quasi sedici anni e il suo nome di battaglia era Lola.
Diventata staffetta delle Brigate Garibaldi tra il Verbano e la Val d’Ossola, portava cibo, medicine, vestiti, munizioni e teneva i contatti tra le formazioni partigiane oltre ad accompagnare i renitenti alla leva verso la montagna.
Il punto d’incontro era una trattoria. I ragazzi dovevano riconoscere una giovane con una sciarpa cappuccio e seguirla a distanza.
Alla fine di gennaio del 1945 venne arrestata ma, come le avevano insegnato i suoi genitori, non aveva parlato neppure sotto minaccia di fucilazione.
Detenuta nel carcere di Pallanza, dopo le insistenti proteste della zia e in assenza di accuse formali, la ragazza, ancora minorenne, venne rilasciata.
Pochi mesi dopo era a Milano, tra la folla a celebrare la Liberazione.
Ma la fine della guerra, oltre alla speranza, aveva portato repressione operaia e tensioni sociali.
I suoi fratelli furono licenziati per rappresaglia politica e lei decise di partire e attraversa l’Italia per lavorare nel sindacato delle tabacchine in Puglia, organizzato da Adele Bei.
Negli anni Cinquanta è stata nella segreteria della CGIL di Lecce e assessora al comune di Trepuzzi.
Tornata a Brescia, negli anni Sessanta, era diventata dirigente del sindacato tessili della CGIL rappresentando migliaia di lavoratrici.
Nel 1968 è entrata in Parlamento, eletta al Senato nelle liste del Partito Comunista Italiano. Si era occupata della Commissione lavoro, emigrazione e previdenza sociale.
Alla Camera dei Deputati è stata vicepresidente della Commissione Igiene e sanità pubblica. In quegli anni di grandi cambiamenti sociali, ha sostenuto le battaglie civili per il divorzio, il diritto al lavoro e le riforme sanitarie, compresa la creazione di una rete pubblica di consultori.
Ha spesso ripetuto: solo servizi accessibili possono rendere davvero libere le donne di decidere della propria vita.
Terminata l’esperienza parlamentare, è tornata a Brescia dove ha continuato a fare politica fuori dalle istituzioni. Ha denunciato la corruzione all’Ospedale Civile e l’inquinamento industriale provocato dalla Caffaro, fabbrica responsabile della contaminazione da PCB.
Ma, soprattutto, ha continuato a raccontare la Resistenza nelle scuole, parlando con chiarezza, senza retorica, nella convinzione che la memoria non sia celebrazione, ma responsabilità.
All’interno dell’ANPI di Brescia ha creato un gruppo di lavoro dedicato all’incontro tra testimoni della Resistenza e studenti che, dopo la sua morte, avvenuta l’11 giugno 2001, è diventata la Commissione scuola Dolores Abbiati.
La sua memoria continua a vivere in diverse iniziative civili e sociali, premi e manifestazioni, anche un consultorio porta il suo nome.
È stata una donna libera che ha attraversato quasi un secolo di storia italiana, facendo scelte difficili e mettendosi in gioco, fino all’ultimo istante.
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