Françoise d’Eaubonne. Ecologia e femminismo
A voi che vivrete dopo di noi, chiediamo di rimanere aperti all’invisibile. Vale a dire, ai piccoli vuoti delle Lettere attraverso i quali passa il richiamo sussurrato che è tanto necessario ascoltare, anche solo una volta.
Non si tratta nemmeno più di volere o non volere cambiare il mondo. Se non cambia, moriremo. Tutte. E tutti.
Françoise d’Eaubonne è la scrittrice e attivista che ha coniato il termine ecofemminismo nel suo saggio Il femminismo o la morte. Manifesto dell’ecofemminismo del 1974.
Il concetto che, per prima, ha introdotto, è stato il risultato di una traiettoria biografica e politica che ha attraversato guerre, movimenti rivoluzionari, lotte anticoloniali e trasformazioni culturali profonde.
Pur essendo stata per lungo tempo marginalizzata nel panorama accademico e quasi ignorata nel dibattito italiano, la sua opera rappresenta uno dei primi tentativi sistematici di articolare insieme una critica femminista, ecologica e anticapitalista della modernità.
Françoise Marie-Thérèse Piston d’Eaubonne nacque a Parigi il 12 marzo 1920. Il padre, cattolico ma vicino all’anarchismo e al movimento sociale del Sillon, aveva riportato gravi conseguenze fisiche dall’esposizione ai gas nelle trincee della Prima guerra mondiale; la madre proveniva da una famiglia di esuli carlisti spagnoli. Questa combinazione di cattolicesimo sociale, tradizioni rivoluzionarie e precarietà materiale ha segnato profondamente la sua infanzia.
Ha vissuto a Tolosa negli anni della guerra civile spagnola e dell’arrivo dei repubblicani in esilio, esperienza che le aveva procurato l’avversione verso le forme estreme della violenza politica e sociale, elemento costante del suo sguardo critico sul potere.
Ancora adolescente aveva vinto un concorso di racconti giovanili dove venne notata e incoraggiata dalla scrittrice Colette. Dopo un breve passaggio negli studi di giurisprudenza e belle arti, abbandonati rapidamente, si era dedicata alla scrittura e all’insegnamento.
Durante la Seconda guerra mondiale ha partecipato alla Resistenza e pubblicato, nel 1942, la raccolta poetica Colonnes de l’âme, che ha segnato l’inizio di una produzione letteraria vastissima.
Nel dopoguerra ha aderito al Partito Comunista Francese, dal quale si è allontanata nel 1956 per il suo dissenso rispetto alla posizione sulla guerra d’Algeria. La sua militanza si è sviluppata lungo direttrici diverse ma convergenti, anticolonialismo, lotta di classe, femminismo e liberazione sessuale.
L’incontro con l’opera di Simone de Beauvoir ha rappresentato il suo momento di svolta. La lettura de Il secondo sesso le aveva suscitato un entusiasmo tradotto in impegno diretto. Tra le due pensatrici c’è stato un rapporto di stima e amicizia durato per tutta la vita.
La sua militanza ha attraversato alcune delle esperienze più radicali della sinistra europea del secondo dopoguerra, nel 1960 ha firmato il Manifesto dei 121 a sostegno dell’insubordinazione nella guerra d’Algeria, ha partecipato agli eventi del maggio 1968 ed è diventata una figura centrale nei nuovi movimenti di liberazione emersi all’inizio degli anni Settanta.
Nel 1971 è stata tra le firmatarie del Manifesto delle 343, con cui centinaia di donne francesi dichiararono pubblicamente di aver abortito per rivendicare la legalizzazione dell’interruzione di gravidanza.
Nello stesso periodo ha contribuito alla fondazione del Front homosexuel d’action révolutionnaire, uno dei primi movimenti radicali per la liberazione omosessuale in Francia, e partecipato alla nascita del Mouvement de libération des femmes.
Travalicando i confini nazionali, nel 1972 è stata tra le persone presenti alla contestazione del congresso internazionale di sessuologia a Sanremo, episodio che ha segnato simbolicamente l’origine del movimento di liberazione omosessuale italiano.
Nel 1974 ha dato alle stampe Le féminisme ou la mort in cui è comparso per la prima volta il termine ecofemminismo, destinato a diventare centrale nei decenni successivi. Un’intuizione nata dall’osservazione di un parallelismo storico, la stessa struttura di potere patriarcale che ha subordinato le donne ha organizzato lo sfruttamento sistematico della natura.
Quando gli uomini hanno acquisito il controllo della fertilità, della terra e del corpo delle donne, si è creata una doppia economia dell’estrazione: la produzione intensiva che sfrutta il suolo e la riproduzione che utilizza il corpo femminile come risorsa demografica.
Da questa prospettiva deriva una delle tesi più provocatorie del suo manifesto ecofemminista: la crisi ecologica e l’oppressione delle donne non sono fenomeni separati ma manifestazioni dello stesso paradigma di dominio. Il disprezzo per la natura e il disprezzo per il femminile appartengono alla medesima genealogia culturale.
Nel ricostruire l’origine di questa struttura di potere, ha analizzato la storia simbolica delle società occidentali, miti, religioni e rappresentazioni culturali della femminilità.
Con l’affermarsi delle religioni patriarcali – e in particolare della tradizione cristiana nella sua forma istituzionale – la figura femminile è stata progressivamente trasformata in simbolo di tentazione e pericolo. La religione diventa così uno strumento di legittimazione della fallocrazia, un dispositivo culturale che naturalizza la subordinazione femminile.
La sua prospettiva ecofemminista propone la distruzione del concetto di potere come forma organizzativa della società.
Mantenendo un rapporto complesso con la tradizione marxista, pur condividendo gli obiettivi di emancipazione e la critica al capitalismo, ne ha denunciato i limiti teorici rispetto alla condizione femminile.
Il marxismo ha interpretato l’oppressione delle donne come una derivazione della lotta di classe senza cogliere la specificità della subordinazione femminile, che attraversa tutte le classi sociali. Le donne sono oppresse non soltanto come lavoratrici ma come sesso.
Inoltre, alcuni modelli socialisti hanno perpetuato forme di “reificazione” del corpo femminile, trattandolo implicitamente come risorsa collettiva. Anche in un sistema senza proprietà privata, le donne rimangono oggetti di scambio o strumenti di riproduzione sociale.
Per questo motivo ha insistito sulla necessità di distinguere tra la lotta di una classe sfruttata e quella di un sesso oppresso. Solo riconoscendo questa differenza diventa possibile immaginare una trasformazione radicale della società.
Nel manifesto ecofemminista la questione ambientale occupa una posizione centrale. Già negli anni Settanta ha individuato alcuni dei problemi che oggi definiscono la crisi ecologica globale: deforestazione, erosione dei suoli, agricoltura monoculturale, inquinamento industriale e dipendenza dall’energia nucleare.
In un’analisi sorprendentemente anticipatrice, ha interpretato questi fenomeni come il risultato di una logica produttivista che non riguarda soltanto l’economia ma l’intera struttura culturale della modernità. L’idea di crescita illimitata, sostenuta tanto dal capitalismo quanto da alcune versioni del socialismo industriale, è incompatibile con l’equilibrio degli ecosistemi.
In questo senso l’ecofemminismo non è semplicemente un’estensione del femminismo alla questione ambientale ma una teoria complessiva della vita sulla Terra. La società umana, secondo questa prospettiva, dovrebbe riconoscersi come parte di una rete di interdipendenze biologiche e sociali, non come soggetto dominante.
Uno degli aspetti più discussi del suo pensiero riguarda il rapporto tra demografia e crisi ecologica.
Da questa analisi nasce la proposta radicale dello “sciopero dei ventri”: un appello simbolico alla sospensione volontaria della procreazione come gesto politico di riappropriazione del corpo. L’obiettivo non è il controllo autoritario delle nascite, ma il recupero dell’autonomia riproduttiva delle donne.
La mutazione ecofemminista dovrebbe condurre alla fine delle gerarchie competitive, alla dissoluzione della famiglia patriarcale e alla ridefinizione dei rapporti tra umanità e natura.
L’opera di Françoise d’Eaubonne è difficile da collocare entro categorie disciplinari tradizionali. Filosofia, letteratura, storia, mitologia e teoria politica si intrecciano continuamente nei suoi scritti.
Eppure proprio questa natura ibrida costituisce la forza del suo pensiero. Non si è limitata a descrivere l’oppressione ma ha cercato di immaginare nuove forme di vita collettiva. Il suo ecofemminismo è insieme diagnosi della crisi e progetto utopico: un tentativo di pensare una civiltà non gerarchica fondata sulla cooperazione tra gli esseri viventi.
Negli ultimi anni della sua vita, trascorsi tra difficoltà editoriali e un progressivo isolamento, ha continuato a scrivere con una disciplina quasi ossessiva, fedele al motto latino nulla dies sine linea – nessun giorno senza una riga.
Si è spenta a Parigi il 3 agosto 2005 lasciando più di cento opere tra romanzi, saggi e autobiografie.
Molte delle sue intuizioni appaiono sorprendentemente attuali. Il nesso tra crisi ecologica, capitalismo globale e strutture patriarcali è diventato uno dei temi centrali del pensiero ecotransfemminista contemporaneo.
Il suo contributo consiste soprattutto nell’aver mostrato che la liberazione delle donne e la sopravvivenza del pianeta non sono questioni separate. Il suo femminismo è la possibilità per ripensare l’intero rapporto tra umanità e Terra.
In questo senso il titolo del suo manifesto mantiene intatta la propria forza provocatoria: senza femminismo, resta solo la prospettiva della morte ecologica della civiltà.
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