Germaine Acogny
Il mio corpo è una piuma con cui scrivo poesie nello spazio.
«Quando non sai dove stai andando, guarda da dove vieni»
Germaine Acogny, coreografa e ballerina senegalese di origine beninese, definita la madre della danza contemporanea africana, ha fatto degli stereotipi del retaggio coloniale i punti di forza per creare uno stile unico e una carriera irripetibile.
Utilizza il radicamento come atto di resistenza, la memoria come bussola, il corpo come archivio vivente di saperi, il suo metodo varca le frontiere fisiche e mentali di razzismo e patriarcato.
Figura rivoluzionaria delle arti performative, ha sovvertito dall’interno le logiche di un sistema che voleva invisibilizzarla. La sua danza ha smontato, un movimento alla volta, la supremazia estetica occidentale, rivendicando per i corpi delle persone africane il diritto di esistere sulla scena senza chiedere permesso o cancellare nulla di sé.
Ha creato e sviluppato una particolare tecnica fondata sulla sintesi di danze tradizionali dell’Africa occidentale e danze classiche e moderne e formato, attraverso il suo insegnamento e la sua scuola, un corpo crescente di ballerini e ballerine in tutto il mondo.
La sua tecnica, nata come risposta diretta alle restrizioni del balletto classico e concepita come strumento per valorizzare e professionalizzare le danze africane, è oggi un autentico luogo di produzione culturale decoloniale.
Quando la sua insegnante di balletto a Parigi le aveva detto che i suoi glutei erano troppo prominenti e i suoi piedi troppo piatti per danzare, non si è piegata né arresa ma ha fatto della propria anatomia il centro di una tecnica inedita. «Ho preso i miei piedi piatti, il mio grande fondoschiena, i fianchi da donna africana, il mio alto corpo da africana occidentale, e ho fatto di tutto questo il centro».
Da quel momento ha iniziato a lavorare con grandi pliés intrecciati a ondulazioni della colonna vertebrale che hanno dato vita alla sua tecnica di danza. Un gesto politico per affermare che «bianco» non è sinonimo di universale, che il corpo nero non è un difetto da correggere, ma una fonte di conoscenza.
Nata il 28 maggio 1944 a Porto-Novo, in Benin, sua madre era insegnante e il padre un funzionario dell’amministrazione francese coloniale. Sua nonna paterna, discendente del popolo Yoruba, era sacerdotessa animista che praticava lo stesso culto che ha dato vita al Voodoo nelle Americhe.
Arrivata in Senegal all’età di cinque anni, senza conoscere la lingua, aveva scoperto molto presto che il corpo poteva farsi linguaggio dove le parole mancavano.
Trasferitasi a Parigi, dal 1962 al 1965, aveva studiato danza all’École Simon-Siégel, dove era unica studentessa nera in un ambiente completamente bianco.
A New York ha allargato il proprio sguardo alla danza moderna e alla danza jazz.
Nel 1968, «povera, giovane, single e madre di due figli», ha aperto la sua prima scuola di danza a Dakar, nel cortile della casa di famiglia. Aveva ventiquattro anni e si era separata dal marito che pretendeva di prendere una seconda moglie.
La tecnica che ha sviluppato nel corso dei decenni, praticata da danzatrici e danzatori in tutto il mondo, si basa principalmente sul lavoro della colonna vertebrale e i suoi movimenti fondamentali, che si ispirano alla natura, sono ondulazione, contrazione e vibrazione. Il simbolo di questa pratica è l’albero, ben radicato nella terra ma che si eleva verso il cielo per ricevere influenze dall’esterno. Le lezioni si svolgono in cerchio, forma non gerarchica per eccellenza. Il petto è il sole, il sedere la luna, i fianchi le stelle e la spina dorsale il serpente della vita in un vocabolario che restituisce al corpo la sua dimensione cosmica.
Il procedimento propone di ritrovare un corpo perduto sentendo la terra, il ritmo, i battiti del cuore, scoprendo un nuovo flusso di energia fisica. Le cinque posizioni della danza classica non vengono abolite, ma integrate.
La tecnica Acogny ha una struttura decoloniale, non gerarchizzata, distante dal modello occidentale escludente fondato su corpi snelli, bianchi, cisgender e abili che le scuole professionali di danza hanno a lungo privilegiato.
Tra il 1977 e il 1982 Germaine Acogny ha ricoperto la carica di direttrice artistica del Mudra Afrique di Dakar, accademia fondata da Maurice Béjart e dal presidente-poeta senegalese Léopold Sédar Senghor, sostenuta dall’UNESCO. Lì ha formato artiste e artisti da tutta l’Africa, sviluppando la danza come un ibrido continuo tra modernità e tradizione, tra locale e globale. Dopo la chiusura per mancanza di fondi, si è trasferita a Bruxelles per lavorare con la compagnia di Béjart, ha insegnato nei pressi di Tolosa e organizzato workshop internazionali in Europa e in Africa, diventando un’ambasciatrice instancabile.
Nel 1985, insieme al marito Helmut Vogt, ex direttore del Tanzetage di Francoforte, ha fondato a Tolosa lo Studio-Ecole-Ballet-Théâtre du 3è Monde. Nel 1980 ha pubblicato il suo primo libro, Danse Africaine, in tre lingue.
Nel 1994 ha fondato l’associazione Jant Bi, da cui è nata nel 1998 e inaugurata ufficialmente nel 2004, l’École des Sables, a Toubab Dialaw, villaggio di pescatori a cinquanta chilometri a sud di Dakar sulla Petite Côte. Quando la scuola ha aperto, c’era solo un tendone in mezzo alla savana, di fronte all’Oceano Atlantico. Oggi il centro si è trasformato in un vero villaggio con due studi di danza aperti sulla natura e bungalow per accogliere danzatrici e danzatori da tutto il mondo.
Germaine Acogny ha ricevuto numerosi riconoscimenti internazionali, è Chevalier de l’Ordre du Mérite, Officier et Commandeur de l’Ordre des Arts et Lettres, Chevalier et Officier de la Légion d’Honneur della Repubblica Francese. È Chevalier de l’Ordre National du Lion e Officier et Commandeur des Arts et Lettres della Repubblica del Senegal. Nel 1999 ha ricevuto il premio Pioneer Woman dal Ministero senegalese della Famiglia e della Solidarietà Nazionale.
Nel 2007 ha ottenuto il suo primo Bessie Award insieme al coreografo giapponese Kota Yamasaki per la coreografia Fagaala, del 2004, dedicata al genocidio ruandese.
Nel 2018 ha ricevuto un secondo Bessie Award per la migliore interpretazione del suo assolo Mon élue noire-sacre #2 e un Premio alla carriera dal Festival Internazionale del Cairo per il teatro sperimentale e contemporaneo.
Nel 2019 ha ricevuto l’ECOWAS Excellence Award nella categoria Arti e Lettere.
Il 17 febbraio 2021 la Biennale Danza di Venezia le ha conferito il Leone d’Oro alla carriera. Nel 2023 ha ricevuto il Joan Myers Brown “Keeper of the Flame” Legacy Award dall’International Association of Blacks in Dance e il Grand Prix de l’Académie des Beaux Arts nella categoria Coreografia.
Germaine Acogny, nonostante la sua bella età, continua a danzare contro razzismo, patriarcato, poligamia e genocidio. Ha danzato per le persone vive e per quelle morte, per chi è rimasto e per chi ha attraversato il mare — come in Songook Yaakaar, coreografia dedicata ai migranti senegalesi che cercano l’Europa.
Quando le è stato chiesto come mai la sua danza raggiungesse ogni pubblico, al di là delle lingue e delle culture, ha risposto con la semplicità di chi sa: «Non siamo noi a danzare, ma la nostra anima».
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