Githa Hariharan
Chiedere il permesso di parlare, scrivere o cantare è una forma di morte.
Githa Hariharan, scrittrice e attivista indiana, è una voce che non si lascia facilmente catalogare, perché il filo che tiene insieme narrativa e militanza, fiction e saggistica, è la convinzione che ogni storia è un atto politico.
Nata nel 1954 a Coimbatore, nell’allora Stato di Madras, è cresciuta in una famiglia di bramini tamil tra Bombay e Manila in un ambiente che la incoraggiava a leggere e a studiare musica, suo padre era giornalista del Times of India e uno dei fondatori dell’Economic Times.
Laureata in letteratura inglese all’Università di Bombay nel 1974, ha conseguito un master in Comunicazione alla Fairfield University nel Connecticut prima di tornare in India e iniziare a lavorare come editor presso Orient Longman tra il 1979 e il 1984, nelle sedi di Mumbai, Chennai e Nuova Delhi.
Nel 1992 ha pubblicato il suo primo libro, Le mille facce della notte, scritto mentre era in congedo di maternità, che ha vinto il Commonwealth Writers’ Prize come miglior opera prima e che secondo la critica Meenakshi Bharat “mette in discussione il codice restrittivo del patriarcato e porta alla luce le strategie di sopravvivenza di tre generazioni di donne“, facendo un uso concertato del mito e del folklore per ampliare lo spazio delle vite reali delle donne.
Nello stesso anno è uscita la raccolta di racconti L’arte di morire, e l’anno successivo I fantasmi del maestro Vasu, in cui un insegnante in pensione usa la narrazione per sostenere uno studente che non può o non vuole parlare evidenziando la sua fiducia nel potere della storia come strumento di cura e resistenza.
Nel 1999 è arrivato Quando i sogni viaggiano, che reinterpreta Le mille e una notte mettendo al centro Shahrazad e sua sorella Dunyazad per esplorare cosa succede nelle storie dopo il momento in cui le persone vivono felici e contente.
Storie di fuga del 2003 è il suo “primo romanzo apertamente politico”, come ella stessa lo definisce, e affronta il tentativo dei partiti al governo di riscrivere la storia per dare al sistema educativo un’impronta indù — un tema che tornerà nelle sue interviste con una frequenza sempre più urgente, man mano che le pressioni sull’identità laica dell’India si fanno più pesanti.
Nel 2019 ha pubblicato Sono diventato la marea, il suo sesto romanzo, che è stato tradotto in malayalam, kannada, tamil, marathi e telugu, e ha contribuito a curare con Salim Yusufji il volume Battling for India: A Citizen’s Reader, una raccolta di testimonianze, saggi e resoconti sulla lotta per i diritti di cittadinanza nell’India contemporanea.
La sua voce saggistica trova forma anche in Quasi casa: città e altri luoghi (2014), descritto dalla stampa internazionale come una raccolta inclassificabile — né solo narrativa di viaggio né solo analisi politica — e in From India to Palestine: Essays in Solidarity, che raccoglie voci diverse per guardare al conflitto palestinese fuori dalla cornice occidentale dominante.
Nel 1995, con l’assistenza dell’avvocata Indira Jaising e del Lawyers Collective, ha sfidato, davanti alla Corte Suprema, l’Hindu Minority and Guardianship Act, una legge che collocava la madre come tutrice naturale del figlio solo “dopo” il padre.
Il caso, Hariharan contro Reserve Bank of India, ha portato nel 1999 a una sentenza storica della Corte Suprema che stabilisce che sia la madre che il padre possono essere tutori naturali del figlio, affermando che al padre non può essere attribuito un diritto preferenziale sulla madre.
Nel 2015, insieme al poeta K. Satchidanandan, alla storica Romila Thapar e all’avvocata Indira Jaising, ha fondato l’Indian Writers’ Forum, una piattaforma di politica culturale di cui è stata membro del consiglio fino al 2022.
In anni in cui la libertà di espressione in India è sempre più sotto pressione — scrittori che restituiscono premi, artisti censurati, storici silenziati — e Githa Hariharan ha tenuto duro, scritto, organizzato e firmato appelli.
“Nell’India in cui viviamo oggi, come può uno scrittore non essere un attivista?” chiedeva in un’intervista del 2019.
Nel 2024 è stata data alle stampe This Too Is India: Conversations on Diversity and Dissent, una raccolta di conversazioni che esplora l’India contemporanea attraverso le voci di alcune delle sue menti più acute, discutendo le molte fratture e possibilità della vita politica del paese.
Il dissenso è fondamentale nella sua percezione del mondo. Per acquisire qualsiasi conoscenza occorre cominciare dal dubbio, mettere alla prova le nozioni ricevute e dissentire è proprio fare domande per capire meglio come potrebbe essere una società più giusta.
Le sue opere sono tradotte in olandese, francese, tedesco, greco, italiano, spagnolo, urdu, vietnamita e in diverse lingue dell’India.
Ha insegnato come visiting professor o scrittrice in residenza al Dartmouth College, alla George Washington University, all’Università del Kent, alla Nanyang Technological University, alla Jamia Millia Islamia e all’Università di Goa.
Ha scritto una rubrica mensile sulla cultura per The Telegraph.
È, in tutti i sensi, una scrittrice del mondo e, allo stesso tempo, radicata tenacemente, nel proprio Paese e nelle sue contraddizioni.
La sua narrativa “piena di sottigliezze, umorismo e tenerezza”, unite alla capacità di guardare il potere senza distrarsene, fanno di Githa Hariharan una delle voci più necessarie della letteratura indiana contemporanea.
Le persone, individualmente possono essere coraggiose e chiedere i propri diritti, ma alla fine è il gruppo che davvero spinge al cambiamento.
https://www.unadonnalgiorno.it/githa-hariharan/


