Giulia Lazzarini
Non mi sento così interessante: ho solo messo a frutto un talento (di questo sono orgogliosa) senza disperdermi in vanità. Invece di “carriera”, la mia chiamiamola militanza, termine che implica disciplina.
C’è una forma di presenza scenica che non ha bisogno di imporsi, che non alza la voce ma scava, resiste e resta, radicata.
Giulia Lazzarini appartiene a questa categoria di attrici che non chiedono spazio ma lo trasformano, attraversandolo col proprio corpo e talento. È una donna che ha fatto del teatro un luogo politico, prima ancora che artistico. Simbolo di dedizione totale, rigore e attaccamento alla professione.
Nata a Milano il 24 marzo 1934, la sua infanzia è stata segnata dalla guerra e dalla paura dei bombardamenti. Eppure, proprio in quella precarietà, è nato il suo gesto teatrale, durante il periodo vissuto da sfollata a Riccione, con altre bambine e bambini, improvvisava spettacoli per resistere alla realtà.
Molto più tardi, quella memoria si è fatta parola nello spettacolo Gorla fermata Gorla, che racconta la tragedia del 1944 in una scuola elementare dove 184 alunne e alunni vennero uccisi da una bomba dell’aviazione inglese. Un testo che è memoria storica e atto di restituzione.
Trasferitasi a Roma a 17 anni, si è formata al Centro Sperimentale di Cinematografia, suoi compagni di corso erano Domenico Modugno e Carlo Giuffré.
Ma il cinema di allora cercava tipologie di donne con corpi conformi a uno sguardo preciso, le famose ‘maggiorate’ e lei, minuta e lontana dai modelli dominanti, non si è lasciata plasmare, è rientrata a Milano, dove ha incontrato la nascente televisione che l’ha vista protagonista di diversi testi teatrali e sceneggiati di successo.
La sua carriera ha avuto una svolta quando, nel 1955 Giorgio Strehler l’ha voluta per interpretare Clarice nell’Arlecchino servitore di due padroni di Carlo Goldoni, spettacolo che ha portato avanti per decenni. È nata così una collaborazione professionale e una lunga conversazione artistica che ha ridefinito il senso di cosa può essere un’attrice.
La sua Ariel nella Tempesta di William Shakespeare resta una delle immagini più potenti del teatro italiano del secondo Novecento: sospesa in aria, letteralmente, leggera eppure necessaria, è stata un corpo che sfidava la gravità e le convenzioni. Non è un caso che quel ruolo sia diventato quasi una metafora della sua presenza, non si limita a occupare lo spazio, lo attraversa, lo rende altro. E accanto ad Ariel, è stata Winnie di Samuel Beckett, figura femminile intrappolata e resistente, ironica e tragica insieme. Donne complesse, mai riducibili.
Ha recitato a Los Angeles, New York, Toronto, San Paolo, Mosca, San Pietroburgo, Vienna, Berlino, Parigi, incarnando personaggi indimenticabili.
La sua carriera si è costruita lontana dai riflettori più facili, dentro una pratica rigorosa e ostinata. Ha lavorato con numerosi registi come Ronconi, Bosetti, De Lullo, Falk, Valli, Adani, Benassi, Calindri, attraversando testi che vanno da Pirandello a Brecht, da Čechov a Goethe. Natalia Ginzburg le ha affidato L’intervista, riconoscendo in lei l’interprete capace di restituire la fragilità e l’intelligenza del suo personaggio.
Se il cinema l’ha inizialmente esclusa, molti anni dopo, l’ha consacrata a un pubblico più ampio. Mia madre di Nanni Moretti, interpretazione di una verità disarmante, le ha portato il David di Donatello, il Nastro d’argento e il Ciak d’oro, sfiorando un premio importante (l’hanno raccontato i giurati) al festival di Cannes.
Tanti sono stati i riconoscimenti ricevuti nell’arco della sua lunghissima carriera, il Premio Ubu, il Premio Flaiano, le Maschere del Teatro italiano, il Premio Ugo Betti alla carriera, e altri ancora.
Quello che colpisce nella sua lunga storia d’amore con la recitazione è la coerenza di un percorso che non ha mai ceduto alla logica della visibilità a tutti i costi. Ha scelto il teatro come servizio pubblico nella convinzione che la scena non sia intrattenimento, ma spazio di relazione e pensiero.
Attorno a lei in scena tutto si fa dolce e aspro, lieto e triste, perché la gioia di vivere che esprime contro tutto e tutti enfatizza il fatto che la vita è una cosa unica, sorprendente, magnifica.
Giulia Lazzarini sfugge alle narrazioni più comode. È una lavoratrice della scena, una donna che ha costruito la propria autorevolezza dentro un sistema che spesso marginalizza le attrici per la loro età e complessità.
Rappresenta un’eccellenza artistica ma, soprattutto, un modo diverso di stare al mondo. Non chiede permesso, non si piega e non si è mai piegata ai modelli stabiliti, attraversa il tempo senza farsi consumare. In un’epoca che brucia rapidamente i corpi e le immagini, la sua presenza continua a dirci che esiste un’altra durata. Più lenta, più ostinata e più libera.
In scena mi sentivo libera mentre nella vita sono sempre stata schiva. Solo con la maturità si acquista una certa coscienza di sé e ci si affranca dai timori stupidi: quanto tempo perduto in “gnè gnè”.
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