Isabella di Morra
Poetessa cinquecentesca dal tragico destino
“(Fortunja) qui non provo di donna lo stato
per te, che posta m’hai in sì ria sorte
che dolce vita mi sarìa la morte”
Isabella di Morra è stata una delle voci più importanti della poesia italiana del XVI secolo.
Nella sua breve vita, fatta di reclusione e soprusi nonostante la sua condizione di nobildonna, si è dedicata a comporre versi in maniera totale e appassionata cercando, attraverso la cultura, di affermare il suo diritto alla libertà.
Lontana da corti e da salotti letterari, ha vissuto in isolamento e tristezza, segregata nel proprio castello, subendo la prepotenza dei fratelli che l’hanno assassinata a causa di una presunta relazione clandestina, quando aveva 25 anni.
Ha conquistato la fama secoli dopo, grazie a Benedetto Croce che ne ha riscoperto la storia. Dacia Maraini, considerandola un esempio di emancipazione, le ha dedicato un’opera teatrale.
Nata nel 1520, a Favale, odierna Valsinni, in provincia di Matera, era la terza figlia del barone Giovanni Michele di Morra e Luisa Brancaccio, aristocratica napoletana.
Nel 1528, il padre, che l’aveva introdotta all’amore per la poesia, fu costretto a emigrare prima a Roma e poi a Parigi dopo la sconfitta delle truppe di Francesco I di Francia di cui era alleato e la vittoria di Carlo V d’Asburgo per il possesso del Regno di Napoli.
Sua madre cadde in depressione e i fratelli presero il sopravvento. Ma i modi aspri e maschilisti dei giovani Morra mal si conciliavano con la finezza e la ricchezza d’animo della giovane che era chiusa in un forzato isolamento, affidando le sue pene agli studi e alle lettere.
Nella prigionia del castello, la poesia divenne l’unico conforto a cui affidare i propri pensieri e dolori. Piangeva della sua condizione di donna e di meridionale, costretta a vivere tra gente di mentalità “chiusa e ristretta”, nostalgica dell’amato padre esule in terra straniera.
Il suo precettore, il canonico Torquato, l’aveva invogliata a iniziare un rapporto epistolare con un nobile poeta di origine spagnola, Diego Sandoval De Castro, barone del vicino paese di Bollita (oggi Nova Siri), nonché castellano di Cosenza. I due intrapresero uno scambio segreto di lettere in cui il suo insegnante svolse il ruolo di intermediario. Forse ebbero anche modo di incontrarsi in qualche occasione, ma non ci è dato di sapere di che natura fosse il loro rapporto.
L’uomo era sposato e, inoltre, era uno spagnolo mentre la famiglia Morra era filo-francese e, tanto bastò, ai fratelli di Isabella per condannare la presunta relazione arrivando a decidere di uccidere la sorella.
Il primo a venir assassinato fu il precettore, reo di aver spinto la ragazza a iniziare il rapporto con il nobile spagnolo. Successivamente, i fratelli Morra pugnalarono e uccisero la giovane Isabella. Lo stesso Diego Sandoval subì, in un secondo momento, la medesima sorte. La data di morte della poetessa è incerta, tra il 1545 e il 1546. Il suo corpo non fu mai ritrovato e, attorno alla sua figura è nata una leggenda che narra che il suo spirito aleggi ancora tra le stanze del maniero e le strade dell’antico borgo.
Benché vi sia un breve riferimento al matrimonio, nel canzoniere della poetessa non vi è alcuna traccia di sentimento amoroso nei confronti di Sandoval o di qualsiasi uomo e nelle rime del barone vi è l’ode alla persona amata, probabilmente ad una donna in particolare o solamente seguendo il tema dell’amore in voga al tempo.
Gli scritti di Isabella di Morra furono scoperti dagli ufficiali del viceré di Napoli e “messi agli atti”, durante l’indagine che seguì l’uccisione di Sandoval, quando il castello di Valsinni venne perquisito. Nonostante il corpus estremamente esiguo a noi pervenuto (dieci sonetti e tre canzoni), la sua poesia è considerata una delle più intense e toccanti della lirica cinquecentesca.
Il suo stile è inserito nella corrente del petrarchismo, sebbene non ci sono sentimenti amorosi nelle sue poesie, solo un velo malinconico e triste a coprire i suoi versi.
Il dramma dell’umanità parla attraverso i suoi scritti. Ella stessa ha definisto il suo stile amaro, pieno di dolore, ruvido, ma è l’espressione più vera di quella che è la sua condizione di vita: anch’essa amara, dolorosa e ruvida, relegata in un borgo piccolo e retrogrado nel quale non poteva mettere in risalto le sue doti di donna e poetessa.
Quando si è avvicinata alla fede, il desiderio di pace e di conforto è diventato urgente, necessario. E i suoi versi tramutano la linea dura e netta in parole più morbide nei confronti di tutto ciò che la circonda.
Oggi la poesia di questa sublime poetessa, come la definì Benedetto Croce, pur non rinnegando la corrente petrarchista, è considerata innovativa per i tempi in cui ella visse, tanto da farne una pioniera del Romanticismo.
Nel 2022 è stato pubblicato il libro La vera storia di Isabella Morra di Pasquale Montesano, saggio minuzioso che si avvale di documenti inediti per fugare alcune ombre esistenti sul percorso umano e poetico di una delle voci più belle del 1500.
https://www.unadonnalgiorno.it/isabella-di-morra/


