Isabella Ducrot
Ho sempre pensato che i tessuti conservino la memoria del mondo, come una pelle che racconta ciò che ha vissuto.
C’è qualcosa di profondamente controcorrente nella vita di Isabella Ducrot, artista e scrittrice dallo sguardo libero e indomabile che ha cominciato a ottenere riconoscimenti intorno ai novant’anni, come se il tempo, invece di consumarla, avesse deciso di affinare la sua voce fino a renderla impossibile da ignorare.
La sua lunga esplorazione artistica e culturale trova nei tessuti il suo linguaggio più autentico per creare strutture di poetica bellezza.
Non semplici oggetti decorativi, ma organismi vivi, capaci di contenere memoria, cultura e identità.
Per oltre quarant’anni ha viaggiato tra Europa orientale e Asia – Russia, Turchia, Cina, India, Tibet, Afghanistan – raccogliendo stoffe antiche databili tra il IX e il XX secolo. Una collezione straordinaria per ampiezza e valore, un laboratorio continuo, un luogo di interrogazione e di ascolto.
Nei tessuti ha trovato qualcosa che va oltre la forma, li osserva, li studia e attraversa, fino a tradurli in immagini. Le sue opere, realizzate su carte rare provenienti da diversi continenti, prendono forma attraverso tecniche miste – inchiostro, acquarello, pastello, collage – dialogando tra materia e luce. La carta non è mai semplice supporto ma presenza attiva, capace di accogliere e restituire il gesto artistico.
I motivi che abitano il suo lavoro ritornano con insistenza, paesaggi essenziali, vasi, teiere, figure intrecciate, tessuti a scacchi, elementi che si caricano progressivamente di senso. La ripetizione diventa ritmo, quasi una forma di meditazione, il motivo reiterato non accompagna una narrazione ma ne diventa il centro.
La vita di Isabella Ducrot, all’anagrafe Antonia Mosca nata il 31 maggio 1931 a Napoli, sembra essa stessa un tessuto, è fatta di trame visibili e fili nascosti, di vuoti e pieni che solo con il tempo hanno trovato una forma compiuta.
Un’infanzia segnata dalla guerra e dalla malattia che le ha insegnato la fragilità delle cose e insieme la loro resistenza. Il trasferimento a Roma, negli anni Sessanta, che ha segnato un primo distacco, una liberazione. Lavorava come telefonista all’IBM vivendo una condizione di incertezza economica quando ha incontrato il marito, Vittorio Ducrot, ideatore del famoso tour operator Viaggi dell’Elefante, che le ha aperto la porta ai viaggi, diventati componente fondamentale della sua formazione.
L’India, in particolare, ha rappresentato per lei una rivelazione. Per la libertà estetica che vi ha intravisto, l’assenza di paura per la macchia, per lo strappo, per l’accostamento audace dei colori. È nel subcontinente che ha maturato uno sguardo capace di accogliere l’imperfezione come valore, di vedere nella materia una possibilità espressiva infinita.
Da quei viaggi tornava carica di oggetti, soprattutto stoffe, inconsapevole che proprio quelle raccolte avrebbero costituito il cuore della sua futura ricerca artistica.
Per molto tempo, il suo lavoro è rimasto ai margini, nonostante esponesse, scrivesse, creasse, veniva percepita come una figura eccentrica, mai del tutto presa sul serio. Il senso di marginalità, che definisce “miserabilità”, è stato, paradossalmente, una risorsa, uno spazio di libertà in cui poter sperimentare senza pressioni, senza dover rispondere a un sistema.
Il cambiamento è avvenuto lentamente, quasi per accumulo. Quando i suoi scritti, soprattutto La matassa primordiale, hanno iniziato a circolare, hanno suscitato l’interesse della gallerista Gisela Capitain che ha deciso di farla esporre in contesti sempre più rilevanti, dalla Biennale di Venezia a importanti gallerie europee e americane.
Negli ultimi anni, il suo nome è diventato centrale nel panorama artistico contemporaneo. Mostre importanti hanno consacrato una ricerca che non ha mai smesso di evolversi.
Nel 2024, su invito di Maria Grazia Chiuri, ha realizzato la scenografia per la sfilata Dior al Musée Rodin, portando il suo universo tessile dentro il mondo della moda, in un dialogo naturale tra discipline.
Nello stesso periodo, il suo lavoro e la sua figura sono stati raccontati anche dal cinema. Il documentario Tenga duro signorina, diretto da Monica Stambrini, segue per anni la sua quotidianità, restituendo il ritratto di una donna libera, ironica, sorprendente. Una vita che non smette di reinventarsi, anche quando tutto sembrerebbe già definito.
Isabella Ducrot ha costruito la sua identità fuori dai percorsi canonici, sottraendosi alle aspettative sociali e culturali. Ha iniziato a dipingere seriamente dopo i cinquant’anni, ha trovato il successo a novanta, ha attraversato mondi diversi senza mai appartenere completamente a nessuno. La sua è una pratica di libertà, prima ancora che artistica.
Oggi vive e lavora a Roma, tra il suo studio e la casa che custodisce una vita intera di incontri, oggetti, memorie. Le sue opere, presenti in collezioni internazionali e musei, continuano a parlare lo stesso linguaggio originario, quello della materia che diventa pensiero, del gesto che si fa ritmo, del tempo che si deposita nelle cose.
Guardando il suo percorso ha avuto una lenta fioritura. Come se ogni filo, raccolto nel corso degli anni, avesse atteso il momento giusto per intrecciarsi agli altri e rivelare finalmente il disegno complessivo.
Ciò che mi affascina del tessuto non è la sua decorazione, ma la relazione compositiva tra storia e struttura, l’essere un documento che dichiara gusti, regole estetiche, testimonianze visibili e tattili di una cultura.


