Leonora Carrington
“Non avevo tempo per fare la musa: ero troppo occupata a ribellarmi alla mia famiglia e a trovare la mia strada di artista”.
Leonora Carrington, artista dalle mille vite, ha attraversato il Surrealismo europeo, la guerra, la follia e l’esilio per diventare una delle voci più originali della cultura del Novecento.
Ha realizzato dipinti, sculture, arazzi, installazioni, litografie, racconti, romanzi e testi teatrali col suo immaginario di alchimia, bestiari interiori e figure femminili che non chiedono il permesso di esistere.
Nacque il 6 aprile 1917 a Clayton Green, nel Lancashire, in una famiglia alto-borghese che aveva progettato per lei una vita ordinata. Il padre era un ricco industriale tessile e la madre una nobildonna irlandese che le raccontava storie di spettri e folklore celtico prima di dormire. Furono proprio quelle fiabe a costruire il suo primo rifugio segreto, un mondo interiore popolato di creature ibride, animali parlanti e simboli che nessuna disciplina scolastica aveva mai potuto addomesticare.
La sua formazione era stata una lunga serie di espulsioni e resistenze. I collegi cattolici in cui la famiglia l’aveva mandata non erano riusciti a contenerla. Dislessica e indomita, rifiutava le regole imposte alle ragazze di buona famiglia come se fossero gabbie visibili. Per un periodo aveva vissuto a Firenze, dove aveva studiato pittura e si era innamorata dei maestri del Quattrocento e, tornata in Inghilterra, si era iscritta alla Chelsea School of Art di Londra.
La sua vita era cambiata drasticamente nel 1936 quando sua madre le aveva regalato una copia di Surrealism di Herbert Read che aveva sulla copertina un dipinto di Max Ernst di cui rimase folgorata. Quell’ossessione per un’immagine si era trasformata presto in qualcosa di più concreto, i due si erano incontrati tramite un amico comune e si erano innamorati quasi subito. Lui aveva quarantasei anni, lei diciannove. Insieme erano partiti per Parigi e poi per Saint-Martin-d’Ardèche, un piccolo villaggio in Alvernia, dove lei aveva cominciato a scrivere i suoi primi racconti in un francese sgrammaticato che divertiva gli amici surrealisti. Nel 1937 aveva scritto La maison de la peur, pubblicato l’anno seguente con un’introduzione e sette collage di Ernst.
Il mondo surrealista le era sembrato subito familiare, quasi una lingua madre ritrovata. Ma anche lì, nel movimento che si dichiarava rivoluzionario, lo spazio per una donna era stato stretto. Breton e i suoi colleghi avevano amato le donne come oggetti di ispirazione, non come soggetti creativi e Leonora Carrington lo aveva capito presto. Quella consapevolezza ha lasciato un segno duraturo nella sua pittura, nei suoi autoritratti si è raffigurata spesso come manichino o figura mascherata, per denunciare il ruolo che le veniva assegnato culturalmente, il corpo inanimato di chi ispira senza creare.
Con lo scoppio della seconda guerra mondiale, nel 1939, Max Ernst venne arrestato e internato in un campo di concentramento. Rimasta sola nella casa di Saint-Martin-d’Ardèche, aveva ceduto la proprietà in cambio di un permesso di espatrio ed era fuggita in Spagna dove un esaurimento devastante l’aveva portata a essere internata in un ospedale psichiatrico a Santander, i medici l’avevano definita “pazza incurabile”. Da quell’abisso è nato Down Below, il racconto autobiografico del 1944 che André Breton aveva definito “uno di quei viaggi da cui si hanno poche probabilità di tornare“.
Uscita dal manicomio grazie all’intervento della famiglia, a Lisbona aveva incontrato il diplomatico messicano Renato Leduc, che le aveva proposto di sposarla e portarla in salvo in America. Lei aveva accettato. Nella primavera del 1941, in un mercato della stessa città, aveva rivisto anche Max Ernst, uscito di prigione, che la implorava di seguirlo a New York. I due si erano frequentati ancora, prima a Lisbona e poi a Manhattan, ma la storia era ormai finita.
Nel 1942 aveva lasciato New York per trasferirsi con Leduc a Città del Messico e quella città non l’aveva mai più lasciata. Il Messico era diventato il suo mondo, la sua lingua visiva definitiva. Un paese dove il mito conviveva con il quotidiano e dove altri artisti europei in esilio avevano trovato rifugio. Tra questi c’era Remedios Varo, pittrice surrealista spagnola che era diventata la sua amica più intima. Con Frida Kahlo aveva partecipato al movimento femminista messicano e alla mostra La mujer como creadora y tema del arte, momento storico per l’arte latinoamericana e per quella frangia del Surrealismo che aveva cercato altrove una diversa considerazione del corpo e della vita delle donne.
Dopo aver divorziato da Leduc, si era risposata con il fotografo ungherese Emerico Weisz con cui ebbe due figli, Gabriel e Pablo. La maternità divenne allora la sua nuova materia pittorica, nel 1947 ha dipinto The Giantess, la sua opera più celebre, dove una figura femminile maestosa dal volto lunare tiene in mano un uovo maculato circondata da oche selvatiche in volo su un campo di grano. L’uovo — simbolo alchemico, custode del possibile — è stato uno dei segni ricorrenti del suo immaginario, insieme al cavallo, alla iena, alla mano, ai cieli stellati delle opere della maturità messicana.
Nel 1963 il governo messicano le aveva commissionato un murale per il nuovo museo antropologico di Città del Messico, El mundo magico de los Mayas, preparato con un viaggio a cavallo nei villaggi del Chiapas, le popolazioni native non permettevano fotografie e lei aveva documentato tutto con degli schizzi. Nei primi anni Settanta si era schierata pubblicamente a favore del movimento per i diritti delle donne, e nel 2000 lo Stato messicano le aveva conferito il titolo di Ciudadana de Honor de México.
Si è spenta il 25 maggio 2011 a Città del Messico.
Ha vissuto novantaquattro anni, abbastanza da vedere la propria opera riscoperta e celebrata, abbastanza da assistere alla lenta giustizia che il mondo dell’arte aveva cominciato a rendere alle donne del Surrealismo — quelle ricordate per troppo tempo soltanto come compagne di grandi uomini.
“Sono nata come animale umano femmina. Questo mi dissero, significava che ero una donna. Anche se non ho mai capito cosa volessero dire.”
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