Libera Mazzoleni
Molte sono le cose terribili. Nessuna è più terribile dell’uomo.
Libera Mazzoleni, pittrice, scultrice, fotografa e performer femminista, si è distinta per la molteplicità di forme espressive esplorate e per la costante riflessione critica sull’operare artistico, costruendo un percorso autonomo e inclassificabile che ha fatto della soggettività femminile una fonte inesauribile di pensiero e resistenza.
Nata a Milano nel 1949, si è diplomata all’Accademia di Belle Arti di Brera nel 1970 mostrando da subito il suo approccio laterale e indipendente nell’arte.
Dal 1968 ha iniziato a realizzare sculture in poliestere dai profili ondulati e dai colori accesi, volutamente antitetiche rispetto alla geometria fredda e monumentale della Minimal Art americana. Queste grandi forme sinuose hanno invaso gallerie e spazi urbani, apparse su riviste come Domus e Casa Vogue, esposte alla Galleria San Fedele, al Parco Sempione di Milano, al Grand Salon Ricards di Parigi e alla Malta Society of Art nel 1972. La linea curva, già allora, non era una semplice scelta formale: era il segno del fluire non finalistico della vita, un’immagine che continuerà a percorrere tutta la sua opera fino ai grandi dipinti di oggi, come il macro-frammento curvilineo Principio (Alfabeti) del 2024, che deborda oltre i margini della tela come un pensiero che non si lascia contenere.
La svolta decisiva è arrivata nel 1973, quando Pierre Restany l’ha introdotta alla sua prima personale al Palazzo dell’Arengario di Milano — quello che oggi ospita il Museo del Novecento. Accanto alle sculture in poliestere, ferro e poliuretano, ha esposto una serie di grandi pannelli in formica su cui convivevano fotografie di parti del corpo femminile, elaborazioni pittoriche e frammenti di scrittura tracciata a mano libera. Ha intitolato quel lavoro Oh! La meraviglia dell’esistente! una dichiarazione d’identità, ha scelto di partire da sé, dal proprio sentimento di fragilità e di interesse per il mondo, rifiutando la visione idealistica e demiurgica dell’arte che dominava i movimenti del tempo, dall’Arte Povera alla Conceptual Art.
Sono stati quegli stessi anni a portarla a incrociare il pensiero femminista. Lettrice di Carla Lonzi e di Luce Irigaray, di cui ha assorbito la decostruzione della psicanalisi freudiana, ha avviato una ricerca sulle origini dell’esclusione sistemica delle donne nella cultura occidentale, dalle radici greco-romane fino ai monoteismi.
Nel 1974 ha pubblicato il libro-opera Linee Complessi Essere, in cui fotografie e scrittura si intrecciano come strumenti di riflessione sull’identità e sull’autenticità. Presentato alla galleria Multhipla di Milano, è diventato oggetto di una vivace polemica, la critica d’arte Barbara Radice aveva pubblicato su Data una recensione sprezzante, rifiutando di riconoscere l’esistenza di un’arte femminista italiana mentre preferiva celebrare quella americana. Una ferita che Libera Mazzoleni ha ricordato non per la negatività del giudizio, ma per la gratuità dell’aggressività proveniente da una sua coetanea.
Nel 1976, durante un’esposizione in una galleria di provincia, è entrata nella sua vita Romana Loda, gallerista e curatrice bresciana che stava ridisegnando i confini dell’arte al femminile in Italia. Da quel giorno non vi è stata mostra o evento significativo che le due non abbiano vissuto insieme. Nel 1977 ha partecipato a due mostre storiche di sole donne: Magma al Museo di Castelvecchio di Verona — esposizione che aveva già ospitato Marina Abramović, Annette Messager e Katharina Sieverding — e Il volto sinistro dell’arte a Firenze, dove ha presentato la serie Luca, II – 49: sedici fotografie in cui le parole di un versetto del Vangelo di Luca vengono cancellate e accostate a immagini diverse, svelando il carattere escludente e misogino del testo sacro e aprendo, al contempo, spazi di possibilità e liberazione.
Parallelamente ha portato avanti una ricerca nella performance. Nel 1977, alla Galleria Centrosei di Bari, ha presentato Afanisi, indagando l’espropriazione della sessualità femminile operata dalla psicanalisi freudiana. Nel 1979, alla Galleria Comunale d’Arte Moderna di Ancona, Narciso contro Narciso ha riportato al centro il tema dell’identità e della scoperta di sé, usando la figura mitologica per denunciare gli effetti distruttivi del modello patriarcale. Nel 1976-77, con la serie fotografica Il bacio, ha affrontato il desiderio omoerotico con una verità rara nel contesto italiano dell’epoca, parafrasando il celebre Kiss di Andy Warhol e trasformando il gesto in un atto di soggettivazione e disalienazione.
Negli anni Duemila il suo sguardo si è allargato alle forme contemporanee della violenza di genere. Nel libro fotografico I Muri della Mente (2006) ha dedicato sei pagine all’orrore di Ciudad Juárez e nel 2008 ha consacrato l’intero lavoro Las Mariposas — quarantadue elaborazioni fotografiche — alle giovani donne vittime del femminicidio nella città messicana.
Nel 2025 la galleria Frittelli Arte Contemporanea di Firenze ha presentato la sua prima grande retrospettiva, Io strega, io sorella, curata da Raffaella Perna: oltre cento opere tra sculture, dipinti, disegni, fotografie, libri d’artista e video, dalla fine degli anni Sessanta a oggi. In occasione dell’inaugurazione, ha realizzato dal vivo la performance Prometeo 2025.
Docente di Educazione e Comunicazione Visiva presso l’Istituto d’Arte Sperimentale di Monza, vive e lavora ancora a Milano. La sua opera continua a interrogare il presente con la stessa urgenza di mezzo secolo fa, perché per lei l’arte non è mai stata decorazione né astrazione. È stata, da sempre, soggettività incarnata.
Non mi bastava uscire dall’oikos per rivendicarla: era dall’interno dell’orizzonte dell’arte che io volevo guardare il mondo.
https://www.unadonnalgiorno.it/libera-mazzoleni/


