Loujain Alhathloul
Il diritto di guidare
Il nome di Loujain Alhathloul è sinonimo della battaglia per il diritto alla guida delle donne arabe e contro il sistema del tutore maschile.
Attivista tra le più note dell’Arabia Saudita, ha condotto, per anni, la campagna Women2Drive, scelta che le è costata tre arresti e oltre mille giorni di detenzione arbitraria, ed è oggi, pur libera dal carcere, ancora bloccata da un divieto di viaggio informale che le autorità locali non hanno mai formalizzato né motivato.
Nata a Gedda nel 1989, è cresciuta in Francia prima di fare ritorno in Arabia Saudita.
Ha studiato al Dar al-Ulum di Riad e poi in Canada, dove ha conseguito una laurea in letteratura francese alla University of British Columbia, in quel periodo è cominciato il suo attivismo.
Nel 2013 si è filmata mentre tornava a casa a Riad guidando l’auto, con accanto l’attore Fahd al-Butayri, che ha sposato l’anno seguente.
L’anno seguente, alla fine di novembre, ha guidato fino al confine tra Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita, tentando di attraversarlo: il video, caricato su YouTube, ha ottenuto ottocentomila visualizzazioni.
Il primo dicembre 2014 è stata arrestata e il suo caso è finito davanti a un tribunale militare in base alla legge antiterrorismo. È stata detenuta per 73 giorni e ha ottenuto il divieto di espatrio.
Era già successo, nel 1990, che decine di saudite si erano messe al volante per protesta, erano state detenute e alcune avevano perso passaporto e lavoro.
Nel novembre 2015, dopo la concessione alle donne del diritto di voto, si è candidata alle elezioni locali, ma il suo nome non è comparso nelle liste nonostante l’ammissione ufficiale della candidatura.
Nello stesso anno è stata inserita al terzo posto della classifica Top 100 delle donne arabe più influenti al mondo.
Il 4 giugno 2017 Loujain Alhathloul è stata arrestata una seconda volta all’aeroporto internazionale di Dammam e poi rilasciata dopo pochi giorni senza che le venissero comunicate le ragioni del fermo.
La campagna Women2Drive si è conclusa il 26 settembre 2017 con un decreto reale che ha aperto la strada al rilascio delle prime patenti di guida femminili dal giugno 2018.
Poche settimane prima di quella data, è stata arrestata per la terza volta insieme a una dozzina di altre attiviste, in un’ondata repressiva giustificata dalle autorità con generiche “esigenze di sicurezza nazionale”.
Tenuta senza comunicazioni per settimane e trasferita in un centro di detenzione non ufficiale, la sua famiglia ha denunciato che è stata sottoposta a percosse, waterboarding, scariche elettriche e minacce di stupro e morte, alla presenza di un consigliere reale.
Tre mesi dopo è stata trasferita in un carcere a Gedda, dove i genitori hanno potuto finalmente vederla: tremava, aveva lividi sul corpo e segni sul collo.
Il processo, iniziato nel marzo 2019 davanti al Tribunale penale speciale competente in materia di terrorismo, si è trascinato per quasi due anni tra rinvii e udienze a porte chiuse.
Nell’ottobre 2020 ha iniziato uno sciopero della fame per protestare contro l’isolamento e il divieto di contatti regolari con la famiglia.
Il 28 dicembre 2020 è stata condannata a cinque anni e otto mesi di carcere per cospirazione contro il regno, con sospensione di due anni e dieci mesi della pena.
Il 10 febbraio 2021, dopo 1001 giorni di detenzione, è stata scarcerata, ma non liberata: le sono stati imposti tre anni di libertà vigilata e cinque anni di divieto di viaggio, formalmente scaduti il 13 novembre 2023.
Quando però, nel febbraio 2024, ha tentato di lasciare il Paese, le autorità l’hanno informata alla frontiera che il divieto restava in vigore, questa volta senza alcuna base legale né scadenza dichiarata.
Ha presentato un ricorso per chiedere la revoca del divieto ma il giudice si è dichiarato incompetente e ha chiuso il procedimento senza esaminarlo nel merito.
Per il suo coraggio e impegno, ha ricevuto numerosi riconoscimenti internazionali, tra cui il Premio Václav Havel per i diritti umani nel 2021 — ritirato a suo nome dalla sorella Lina, poiché lei non poteva lasciare il Paese — l’inserimento tra le cento persone più influenti del 2019 secondo Time e due candidature al Premio Nobel per la pace.
Oggi Loujain Alhathloul vive in Arabia Saudita, formalmente libera ma di fatto ancora sottoposta a un divieto di viaggio arbitrario e privo di ogni possibilità di ricorso, condizione che secondo le organizzazioni per i diritti umani colpisce, come forma di rappresaglia, anche altri membri della sua famiglia.
Il rapporto annuale 2025 di ALQST, l’organizzazione per cui la sorella Lina lavora oggi come responsabile del monitoraggio e dell’advocacy, conferma che la sua vicenda resta emblematica delle restrizioni imposte alle ex prigioniere di coscienza saudite anche dopo il rilascio.
Ancora nel marzo 2026 il suo nome compare tra quelli delle scrittrici e attiviste il cui silenzio forzato le organizzazioni internazionali continuano a denunciare.
https://www.unadonnalgiorno.it/guidare-che-gesto-sovversivo-in-arabia-saudita/

