Marian Goodman
Protagonista fondamentale dell'arte contemporanea
«Questi artisti europei rivestono una grande importanza storica, ed è stata la mia missione presentarne molti al pubblico americano e contribuire così a cambiare davvero il mondo dell’arte.»
Marian Goodman, gallerista, mediatrice culturale e costruttrice di carriere, ha costruito ponti, aperto porte e, con responsabilità storica, ha sostenuto pratiche artistiche che il mercato non era ancora pronto ad accogliere.
Nata a New York il 15 giugno 1928, con il nome di Marian Ruth Geller, l’amore per l’arte le era stato trasmesso dal padre, contabile di origine ungherese appassionato collezionista che prediligeva pittori fuori dai circuiti dominanti, come Milton Avery e la folk artist Grandma Moses.
Mentre frequentava l’Emerson College di Boston, aveva accarezzato l’idea di diventare giornalista, ma tornata a New York, nel 1963 si era iscritta a un corso di laurea magistrale in storia dell’arte alla Columbia University, unica donna della sua classe.
Dopo il divorzio dal marito, sola e con due figli da mantenere, ha investito tutte le sue energie nel mondo dell’arte.
Nel 1965 ha contribuito a fondare Multiples Inc., casa editrice specializzata in edizioni d’artista accessibili a un pubblico più ampio di quello tradizionalmente raggiunto dalle gallerie. Un progetto democratico, fedele a un’idea di arte come bene comune e non privilegio di pochi che ha pubblicato opere di Roy Lichtenstein, Andy Warhol, Sol LeWitt, Robert Smithson, per citare qualche nome.
Un viaggio in Europa l’ha portata alla scoperta di intere generazioni di artiste e artisti sconosciuti negli Stati Uniti.
Folgorata dall’opera dissidente dell’artista concettuale belga Marcel Broodthaers che non aveva avuto spazio per esporre a New York, ha deciso di aprire una sua galleria, che avrebbe accolto l’arte esclusa dai grandi circuiti, la Marian Goodman Gallery che ha aperto nel settembre 1977 proprio con una personale di Broodthaers, morto qualche mese prima dell’inaugurazione.
La galleria, nata quasi per necessità morale prima ancora che imprenditoriale, ha cambiato il panorama dell’arte contemporanea americana.
Il suo programma espositivo ha costruito un canone. Ha rappresentato Gerhard Richter, Anselm Kiefer, Giuseppe Penone, Dan Flavin, Sol LeWitt, Donald Judd — artisti legati al minimalismo e al concettuale, le cui opere non si prestavano facilmente alla spettacolarizzazione né al consumo rapido.
Ha portato Jeff Wall, il fotografo canadese dei lightbox, in un territorio ibrido tra arte visiva, cinema e letteratura. Ha sostenuto William Kentridge, artista sudafricano narratore di storie attraverso il carbone e l’animazione, e Richard Serra, le cui sculture monumentali richiedevano committenze pubbliche e mediazioni istituzionali complesse. Con Christian Boltanski, Chantal Akerman, Maurizio Cattelan, Nan Goldin, Steve McQueen e molti altri ha dimostrato che la galleria poteva essere qualcosa di diverso dal semplice luogo di transazione: un forum intellettuale, uno spazio di confronto, un presidio culturale.
«È molto importante per me prendere le mie decisioni basandomi su ciò che sento davvero riguardo all’opera», ha spiegato in un’intervista, descrivendo un metodo fondato sulla qualità del giudizio estetico e su relazioni di fiducia costruite nel tempo, spesso per intere carriere.
Si è distinta per la lealtà verso gli artisti intesa come condizione etica.
Nel 1995 ha aperto una sede parigina nel quartiere del Marais e, nel 2014 a Londra. Nel 2023 ha inaugurato uno spazio a Los Angeles, in un campus di magazzini degli anni Venti a Hollywood, e nel 2024 ha trasferito la sede principale di New York al Grosvenor Building di Tribeca, in uno spazio di quasi tremila metri quadrati che comprende due piani espositivi, una biblioteca, un archivio e sale di conservazione.
La sua galleria, diventata un'istituzione internazionale ha continuato a essere il progetto personale di una donna che, nonostante ostacoli e difficoltà non ha mai smesso di innamorarsi dell'arte.
Nel 2012 ha ricevuto una laurea honoris causa dal CUNY Graduate Center di New York; nel 2016 il Leo Award conferito da Independent Curators International. Ha festeggiato il suo novantesimo compleanno nella reggia di Versailles.
Marian Goodman si è spenta il 22 gennaio 2026 a Los Angeles, all’età di 97 anni, lasciando dietro di sé una delle gallerie più rispettate al mondo e un’eredità che ha ridisegnato i contorni del sistema dell’arte contemporanea internazionale.
Protagonista incisiva del sistema dell’arte contemporanea, ha trasformato il panorama culturale, scoperto e promosso talenti, costruito contesti di senso, reso sostenibile economicamente un’arte che sembrava impossibile da collocare sul mercato, ha difeso l’autonomia della ricerca all’interno di un sistema sempre più orientato allo spettacolo e alla rotazione rapida.
Non è stata semplicemente un’intermediaria ma un soggetto attivo nella costruzione del discorso, nella definizione dei canoni e nella legittimazione istituzionale dell’arte.
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