Selma Miriam
Selma Miriam è stata la donna visionaria che negli anni Settanta ha unito femminismo e cucina creando uno spazio politico dove cibo, comunità e giustizia si univano.
Insieme all’amica Noel Furie, ha fondato Bloodroot celebre ristorante vegetariano e vegano, a Bridgeport, nel Connecticut, distintosi per la sua cucina innovativa e come centro di attivismo femminista e culturale.
Oltre a servire piatti stagionali ispirati a diverse tradizioni dal mondo, ospitava letture di autrici femministe e fungeva da spazio sicuro promuovendo uguaglianza e empowerment femminile.
Nata col nome di Selma Davidson il 25 febbraio 1935 nel Bronx e cresciuta a Bridgeport, nel Connecticut, unica figlia di Faye e Elias Davidson, si era laureata nel 1956 al Jackson College della Tufts University, specializzandosi in biologia e psicologia.
Vicina ai primi movimenti femministi, come atto di autodeterminazione, aveva iniziato a usare il suo secondo nome come cognome ed era diventata così Selma Miriam.
Partecipando alle iniziative della National Organization for Women, nel 1972, ha conosciuto Noel Furie, sua compagna d’avventura. Dandosi forza a vicenda, divorziarono dai rispettivi mariti, fecero coming out come lesbiche e decisero di creare uno spazio per le donne dove unire cibo e attivismo.
È nato, così, nel 1977, nel quartiere Black Rock di Bridgeport, Bloodroot, ristorante e libreria femminista nascosto in un’ex officina meccanica su una strada senza uscita. Non c’erano camerieri, non c’era un menu stampato, non c’era registratore di cassa. Nessuna pubblicità. Eppure è stato il primo e il più longevo degli Stati Uniti.
Il nome l’aveva scelto Selma Miriam, ispirandosi alla pianta autoctona che fiorisce all’inizio della primavera e si diffonde attraverso radici sotterranee formando nuove colonie.
Concepito come spazio riservato alle donne ma che non escludeva gli uomini, funzionava in modalità autoservizio: le clienti e i clienti si servivano, sparecchiavano, partecipavano. Nessuna gerarchia. Nessuna divisione netta tra chi serve e chi viene servito. Il lavoro di cura diventava condiviso, visibile, politico.
Con 19.000 dollari messi da parte lavorando come giardiniera a 75 centesimi l’ora, l’aiuto dei genitori e un mutuo concesso dall’unica banca disposta a prestare denaro a una donna nel Connecticut degli anni Settanta, era riuscita ad acquistare l’edificio trasformandolo in uno spazio “funky”, con un giardino sul retro e vista sul Long Island Sound.
Dentro, mobili di recupero, poster politici, dipinti e fotografie di donne. Le clienti iniziarono a portare le immagini delle proprie madri e nonne: nacque così il muro delle donne. Perfino i gatti avevano nomi militanti, come Bella Abzug e Gloria Steinem.
Le prime cene le organizzava a casa sua: otto dollari per un buffet vegetariano settimanale, antesignano del contemporaneo home restaurant. La scelta vegetariana nasceva da una riflessione etica: un’impresa femminista non avrebbe dovuto contribuire alla sofferenza animale.
A Bloodroot, in quello che definiva un “meraviglioso scambio etnico” si servivano piatti stagionali ispirati alle tradizioni vegetariane di tutto il mondo, ingredienti coltivati nell’orto del ristorante, contributi di donne immigrate provenienti da Brasile, Etiopia, Messico, Honduras, Giamaica. Una di loro, Carol Graham, aveva ideato il celebre pollo jerk di tofu e seitan, diventato un best seller.
Il ristorante ha pubblicato anche libri di cucina, tra cui The Political Palate: A Feminist Vegetarian Cookbook, in cui le ricette dialogavano con testi di poete e teoriche femministe. La cucina diventava archivio culturale, biblioteca commestibile.
La settimana dell’apertura di Bloodroot, a Selma fu diagnosticato un tumore al seno. Il medico le consigliò una mastectomia radicale. Lei rifiutò. Non voleva perdere il lavoro. “Ero l’unica che sapeva cucinare”, disse. Il cancro non si ripresentò e da allora ha diffidato della medicina tradizionale, preferendo rimedi omeopatici. Una scelta controversa ma coerente con la sua radicale autodeterminazione: vivere secondo i propri valori, anche quando significa andare controcorrente.
Dopo una relazione con Noel Furie, nel 1988 ha incontrato Carolanne Curry, sua compagna di vita fino alla fine. È stata lei ad annunciarne la morte per polmonite il 6 febbraio 2025.
La storia di Bloodroot è raccontata nel documentario A Culinary Uprising: The Story of Bloodroot, che esplora l’impatto del ristorante nel panorama del pensiero femminista statunitense, il modo in cui le due gestrici hanno affrontato sessismo, omofobia e invecchiamento, e la forza di una comunità costruita attorno a un tavolo.
“Quando abbiamo iniziato – disse Selma – era come se stessimo saltando da una rupe”.
Eppure quel salto ha creato uno spazio che dura da quasi mezzo secolo. Generazioni di femministe, vegane e persone queer continuano a frequentarlo. Alcune raccontano di esserci state da bambine e di tornarci oggi con le proprie figlie e figli.
Selma Miriam non ha solo aperto un ristorante. Ha dimostrato che il femminismo può abitare gli spazi quotidiani: una cucina, un orto, una sala da pranzo piena di voci. Ha trasformato il lavoro domestico in pratica politica, la convivialità in resistenza, il nutrimento in rivoluzione.
Bloodroot è sopravvissuto alle crisi economiche, ai mutamenti culturali, al tempo. Come la pianta da cui prende il nome, continua a diffondersi sottoterra, invisibile ma tenace.
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