Shadi Ghadirian
Burqua e Reflex
Shadi Ghadirian è la più celebre fotografa iraniana contemporanea.
Sospesa tra tradizione e modernità, è conosciuta per le sue immagini intelligenti e umoristiche che commentano il modo in cui l’identità femminile viene percepita e si è evoluta nel suo Paese e nella sua cultura.
Nella sua carriera da professionista, iniziata alla fine degli anni Novanta, ha partecipato alla Biennale di Venezia nel 2015 e tenuto mostre internazionali.
Le sue opere sono presenti in importanti istituzioni in tutto il mondo, tra cui il British Museum e il Victoria and Albert Museum di Londra, il Los Angeles County Museum of Art, lo Smithsonian di Washington, il Centre Pompidou di Parigi e il Museum Modern Kunst Sitftung Ludwig di Vienna.
Nata a Teheran nel 1974, è stata una tra le prime donne a conseguire la laurea in fotografia presso l’Università di Azad.
Terminati gli studi, nel 1988, ha iniziato a lavorare all’Akskhaneh Shahr, il primo museo di fotografia iraniano.
Il suo stile è la staged photography in cui inserisce elementi autobiografici che affrontano temi sociali, i disagi e limiti dell’essere donna.
Ha conquistato il grande pubblico nel 1998 con la sua serie Qajar, un’ironica riflessione sulla situazione femminile nell’Iran contemporaneo in cui ha ritratto donne in ambientazioni che ricordano l’epoca della dinastia persiana Qajar. Un gioco di riappropriazione di un’iconografia anacronistica messa in discussione attraverso l’inserimento di elementi esplicitamente fuori contesto come una bibita gassata, degli occhiali da sole, una bicicletta, un’aspirapolvere o una reflex.
La sua seconda serie, del 2000, Like Every Day, ironizza sugli utensili da cucina ricevuti come regalo di nozze, mostrando donne coperte da burqa con qualche oggetto domestico attaccato al viso: tazze, ciotole, bollitori, guanti, grattugie, coltelli. Una denuncia del fatto che, sebbene dotate di talenti, aspirazioni e potenziale, la figura femminile venga ridotta e ricondotta sempre al lavoro domestico.
Il lavoro più recente, la serie Seven Stones del 2023, si ispira nel titolo a un gioco antico in cui, con una palla, si doveva abbattere una torre costruita di sassi. Un grande masso domina l’inquadratura diventando una presenza ingombrante con cui tutti i singoli soggetti devono convivere, trovando ciascuno il proprio modo per aggirare l’ostacolo.
La roccia, raffigurata all’interno delle vite private, sta a indicare qualcosa che non si può rimuovere facilmente, una pesante convivenza con le persone, adulte e bambine ritratte.
La costruzione dei suoi microcosmi in cui è centrale la figura femminile avviene sempre tra le pareti del suo studio, dal quale difficilmente esce, anche se, ha ammesso che dopo le proteste di Woman Life Freedom, qualcosa è cambiato, ma la strada per la vera libertà di movimento è ancora lunga.
Io guido l’automobile e sono stata fermata almeno dieci volte dalla polizia, ogni volta mi intimano di coprirmi la testa ma non lo faccio. Succede anche in strada o alle fermate della metro. A preoccuparmi, piuttosto, è mia figlia che ha 17 anni. Quando esce rimango in ansia finché non rientra a casa. Viviamo giorno per giorno. Ho la libertà di poter scegliere se esporre o meno il mio lavoro in Iran, del resto le gallerie sono soprattutto all’estero. Non intendo autocensurarmi e non ho relazioni con il governo, a Teheran espongo i miei progetti nelle gallerie private. Certo, molte volte mi chiamano chiedendomi spiegazioni rispetto al lavoro. Ci sono abituata. Vengono improvvisamente nella mia casa e cominciano a guardare ovunque, anche nel computer. Una volta che mi ero recata in India per una mostra, al ritorno mi hanno fatto delle domande e hanno trattenuto il mio passaporto, poi però me l’hanno restituito. Può succedere in qualsiasi momento.
https://www.unadonnalgiorno.it/shadi-ghadirian/


