Vesta Tilley
“Sentivo di potermi esprimere meglio se ero vestita da maschio” con queste parole, scritte nella sua autobiografia, Vesta Tilley ha riassunto in un’unica frase una vita intera spesa a sovvertire le regole, a indossare abiti che la società le avrebbe negato e a costruire, notte dopo notte, un’identità che il suo tempo non aveva ancora il coraggio di nominare.
Attrice e cantante nota per le sue esibizioni in cui si trasformava da uomo, per oltre trent’anni, è stata una stella della commedia in Gran Bretagna e negli Stati Uniti. La sua carriera ha superato le barriere di classe e ridefinito le aspettative sulle donne nel panorama pubblico.
Nata Matilda Alice Powles il 13 maggio 1864 a Commandery Street, Worcester, è stata la donna più famosa e meglio pagata del music hall britannico vittoriano ed edoardiano, conosciuta in tutto il mondo anglosassone come The London Idol.
Cresciuta in una numerosa famiglia, suo padre William Henry Powles — noto sul palco come Harry Ball — attore comico e direttore di una sala da musica, l’aveva spinta sul palco per la prima volta, all’età di tre anni e mezzo, riconoscendone il talento prima ancora che lei sapesse cosa farne. A sei anni aveva già interpretato il suo primo ruolo in abiti maschili, presentata al pubblico come Pocket Sims Reeves, una parodia del celebre cantante d’opera J. Sims Reeves, riscuotendo un successo tale da convincere il genitore a trasformare tutta la sua carriera in una serie di imitazioni maschili con costumi su misura.
Nei primi anni veniva annunciata sui manifesti come “The Great Little Tilley“, finché l’ambiguità del suo vero nome aveva cominciato a creare confusione nel pubblico. Fu così che nell’aprile del 1878, sul palco della Royal Music Hall di Holborn a Londra, apparve per la prima volta con il nome che l’avrebbe resa immortale: Vesta Tilley. “Vesta” era stato scelto in omaggio sia alla dea romana del focolare sia alla popolarissima marca di fiammiferi Swan Vesta, mentre “Tilley” era il diminutivo di Matilda usato in famiglia fin dall’infanzia. Aveva undici anni e il suo stipendio manteneva già i suoi genitori e i suoi fratelli.
Sotto la guida paterna aveva girato le province britanniche in lungo e in largo, spesso recitando in tre teatri diversi nella stessa serata. Sbarcata definitivamente a Londra, aveva affinato il personaggio che l’ha resa leggendaria: il dandy della classe agiata, il giovane sfaccendato di buona famiglia con il monocolo e il cappello a cilindro, i guanti bianchi e il cagnolino al guinzaglio. Il suo Burlington Bertie — “I’m Burlington Bertie, I rise at ten thirty / And saunter along like a toff” — era diventato uno dei numeri musicali più celebri e amati dell’Inghilterra di fine Ottocento, capace di far ridere il pubblico operaio che si specchiava, compiaciuto, nella satira dell’aristocrazia vanitosa e inutile. Accanto a lui aveva costruito una galleria di personaggi maschili tra i più vari: soldati, marinai, poliziotti, fattorini, ecclesiastici, impiegati in vacanza al mare, giovani sportivi in abiti eleganti.
Ciò che l’ha distinta da tutte le altre artiste travestite del suo tempo, è stata la sua capacità di incarnare la mascolinità senza parodiarla in modo grottesco, ma con una precisione e un’autorevolezza tali da rendere l’illusione perfetta. Curava ogni dettaglio, i costumi sartoriali impeccabili, la parrucca a calotta che nascondeva i capelli lunghi e ondulati, la postura, il passo, il gesto. Il New York Times, che l’aveva recensita al suo debutto nell’agosto del 1894 al Tony Pastor’s Music Hall di New York, aveva scritto che era “qualcosa di molto raro sulla scena del varietà: un’artista.” Era tornata sei volte in tournée negli Stati Uniti, portando il suo spettacolo a New York e a Chicago.
Nel 1890 aveva sposato Walter de Frece, compositore e impresario teatrale che spinse la sua carriera a vette economiche straordinarie. Negli anni Novanta divenne la donna più ricca dell’industria dello spettacolo britannico, con accordi di licenza che portavano il suo nome su calzini, panciotti, sigari, fotografie teatrali e spartiti musicali illustrati. È stata un fenomeno di costume oltre che artistico.
Nel 1900 aveva debuttato al cinema con il cortometraggio The Midnight Son, seguito nello stesso anno da Louisiana Lou e Algy the Piccadilly Johnny, e poi, nel 1907, da Please Conductor, Don’t Put Me Off the Train.
Nel 1912 aveva partecipato alla prima Royal Variety Performance davanti alla famiglia reale, nei panni di Algy, “il giovane più perfettamente vestito della casa“. Si racconta che la regina Mary fosse rimasta talmente scioccata nel vederla in pantaloni da uomo da coprirsi il viso con il programma di sala.
Durante la Prima Guerra Mondiale la sua popolarità raggiunse il culmine assoluto. Col marito aveva organizzato una vasta campagna di reclutamento militare in cui si esibiva travestita da soldato Tommy o da marinaio Jack Tar, cantando The Army of Today’s All Right e Jolly Good Luck to the Girl who Loves a Soldier, chiedendo talvolta direttamente ai giovani uomini di arruolarsi sul palco durante lo spettacolo. Per questo le venne attribuito il soprannome di “miglior sergente reclutatore della Gran Bretagna“, tanto che un’intera unità militare formata durante una delle sue serate era stata ribattezzata “The Vesta Tilley Platoon”.
Successivamente, però, aveva dimostrato coraggio cantando I’ve Got a Bit of a Blighty One — la storia di un soldato felice di essere stato ferito perché finalmente avrebbe potuto tornare a casa, lontano dai campi di battaglia. Rischiando la controversia in un momento in cui il patriottismo non ammetteva crepe, scelse di riconoscere pubblicamente l’orrore della guerra.
Fuori dal palcoscenico, consapevole delle critiche che la minacciavano, aveva costruito con cura l’immagine opposta: indossava abiti elegantissimi, pellicce e gioielli, si faceva ritrarre in tutto il suo splendore e coltivava un impegno continuativo nelle organizzazioni benefiche per l’infanzia nelle città dove si esibiva. Era un equilibrio delicato e calcolato, quello tra la libertà conquistata sul palco e la rispettabilità necessaria per conservarla.
Nel tour d’addio, iniziato nel 1919 e durato un anno intero, aveva devoluto tutti i proventi agli ospedali pediatrici locali delle città attraversate.
La sua ultima esibizione è stata il 5 giugno 1920 al Coliseum Theatre di Londra, all’età di cinquantasei anni, con quasi due milioni di persone che avevano firmato il “People’s Tribute” in suo onore.
Il motivo ufficiale del ritiro era stato il titolo di cavalierato conferito al marito per i servizi resi durante la guerra — era diventata Lady Matilda Alice de Frece — e l’ambizione politica di lui, che l’avrebbe portato a essere eletto deputato conservatore nel 1922 e nel 1924. Una donna che si esibiva in pantaloni da uomo non si addiceva all’ambiente parlamentare.
Ha trascorso gli ultimi anni della sua vita a Monte Carlo, dove si era trasferita col coniuge al suo pensionamento dalla politica nel 1931, tornando in Inghilterra solo dopo la morte di lui nel 1935.
Nel 1934 ha pubblicato la sua autobiografia, Recollections of Vesta Tilley.
Si è spenta a Londra il 16 settembre 1952 all’età di ottantotto anni, è stata sepolta accanto al marito nel cimitero di Putney Vale, dove un monumento di granito nero ne segna il luogo di riposo.
Col suo lavoro ha dimostrato, notte dopo notte davanti a migliaia di spettatori, che il genere era qualcosa che poteva essere indossato, interpretato, abitato con convinzione e con ironia.
Le comunità lesbiche, queer e gender non-conforming l’hanno riconosciuta come una precorritrice fondamentale del drag, della sperimentazione di genere e del gioco teatrale dell’identità. È stata, in questo senso, drag king prima che il termine esistesse, aprendo uno spazio immaginativo che avrebbe nutrito generazioni di artiste e performer queer per tutto il Novecento e oltre.
Il suo corpo di artista ha trovato, nel travestimento, la propria forma più autentica di libertà.
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