Victoria Lu
Verità, gentilezza e bellezza
Non credo che l’arte o la cultura in genere debbano avere confini o frontiere dovute alla guerra. Non ci sono nazionalità, non ci sono barriere politiche o culturali: il Metaverso è un’entità aperta.
Victoria Lu pioniera e grande protagonista dell’arte contemporanea, ha sfondato diversi tetti di cristallo nella sua cinquantennale carriera.
Artista peculiare e visionaria, è stata la prima donna a occuparsi di critica in Cina, affermandosi come teorica riconosciuta tra Los Angeles e Taiwan, la prima a dirigere le più importanti istituzioni culturali e la prima a esplorare il metaverso tracciando un solco che ha ridefinito l’estetica asiatica.
Nata a Taipei nel 1951 in una famiglia di illustri letterati originari di Shanghai, profondamente radicata nella tradizione intellettuale e poetica cinese, Victoria Lu ha mostrato fin dalla più tenera età un talento artistico eccezionale che l’ha proiettata verso un destino fuori dall’ordinario.
Ha cominciato a dipingere a quattro anni, a nove è entrata nella divisione preparatoria serale della National Taiwan Normal University come la più giovane studentessa universitaria del suo tempo e a undici è diventata discepola della scuola Dàfēngtáng, erede diretta del grande maestro Zhang Daqian, uno dei più celebrati pittori cinesi del Novecento.
A tredici anni ha tenuto la sua prima mostra personale a Taipei e a diciassette ha compiuto il gesto che avrebbe segnato per sempre la sua giovinezza artistica: ha dipinto un rotolo panoramico a mano di quaranta metri di lunghezza e un metro di altezza, attraversando in viaggio tutta l’isola per memorizzarne il paesaggio e restituirlo poi sulla carta senza un solo schizzo preparatorio. Quell’opera è entrata nella collezione permanente del Museo del Palazzo Nazionale di Taipei.
A vent’anni ha lasciato Taiwan per il Belgio, dove ha frequentato l’Académie Royale des Beaux-Arts di Bruxelles e poi ha proseguito verso gli Stati Uniti, dove ha conseguito la laurea e il master in pittura alla California State University. Ha girato l’Italia e la Francia ogni estate, spesso in treno, assorbendo l’Europa come se fosse una seconda pelle.
Negli anni Settanta, emigrata definitivamente in California, ha iniziato a scrivere critica d’arte per giornali e riviste taiwanesi e, alla fine del decennio, ha fondato a Los Angeles la Stage One Gallery, uno spazio espositivo d’avanguardia con cui ha inaugurato ufficialmente la sua carriera di curatrice.
Parallelamente all’arte, nei primi anni Ottanta ha fondato VICTEL International, una società di telecomunicazioni con cui ha distribuito fax e telefoni cellulari Motorola, arrivando a classificarsi seconda a livello nazionale nelle vendite di un prodotto 3M. Era l’unica donna cinese-americana del settore e già allora si muoveva in anticipo sui tempi, con quella fame di novità che avrebbe contraddistinto ogni sua scelta successiva.
È stato però nel campo dell’arte che il suo contributo ha cambiato la storia. Agli inizi degli anni Ottanta, Victoria Lu ha tradotto in cinese il termine inglese “curator” coniando l’espressione 策展人, una scelta che non è stata soltanto linguistica ma strutturale: ha creato un paradigma professionale, un vocabolario e una consapevolezza istituzionale che hanno influenzato intere generazioni di operatori dell’arte contemporanea in lingua cinese.
È diventata così la prima critica d’arte e curatrice del mondo dell’arte contemporanea cinese, un primato che porta con sé il peso e la solitudine di chi apre strade dove non ne esistevano. Ha ricordato di essere stata spesso l’unica donna in ambienti totalmente maschili, costretta ad alzare la voce per essere ascoltata, e di aver trovato in quella posizione peculiare sia un ostacolo sia, a tratti, una risorsa.
Nel corso degli anni Novanta è tornata a Taiwan, dove ha collaborato con il governo per definire politiche sull’arte pubblica e sull’educazione artistica rivolta al grande pubblico, e ha partecipato attivamente alla fondazione del Museum of Contemporary Art di Taipei, di cui ha fatto parte del primo consiglio direttivo.
Poi si è spostata a Shanghai, la città d’origine della sua famiglia, dove ha ricoperto in successione il ruolo di direttrice artistica del Bund 18 Art Center ed è stata la prima direttrice creativa del MoCA.
È in quel periodo che ha elaborato la sua teoria più celebre: l’Animamix. Il termine, da lei coniato, indica il desiderio di trasformare la realtà in un cartone animato, come un antidoto alla durezza della realtà e alla freddezza emotiva dell’arte concettuale. Un linguaggio espressivo con cui la creatività asiatica si riappropria delle intuizioni della pop art occidentale per superarla.
Nel 2007 ha fondato la Animamix Biennial al MoCA Shanghai, che si è poi estesa a Hong Kong, Taiwan e in Corea, convinta che il XXI secolo appartenga alla creatività asiatica e cinese e che l’Animamix possa diventare un antidoto efficace alla freddezza emotiva dell’arte concettuale dominante.
Ha curato mostre innovative che hanno ridefinito il paesaggio dell’arte contemporanea asiatica, tra cui New Art New Tribes, Taiwan Art in the Nineties, Visions of Pluralism: Contemporary Art in Taiwan 1988–1999 e le mostre itineranti internazionali Fiction.Love e Fiction@Love.
Nel 2011 ha portato la sua visione alla Biennale di Venezia con l’evento collaterale Future Pass — From Asia to the World, e nel 2017 è tornata in laguna con MODUS, portando la danza di piazza cinese — ginnastica collettiva praticata da donne di ogni età nei parchi e negli spazi pubblici — nel cuore dell’arte internazionale, trasformando un gesto quotidiano e popolare in performance viva e politica.
Ha pubblicato saggi fondamentali come Post-Modern Phenomena in Art, Public Art Gets Its Bearings, History of Taiwan Contemporary Women Artists e Post Post-Modern Art. Nel 2012 ha scritto la sua autobiografia-manifesto Viki Lulu Meets the Future, in cui ha dichiarato che l’era dell’«arte per l’arte» si è chiusa con la consegna del Modernismo alla storia, e che ora siamo entrati in un’epoca «cloud» in cui l’arte può e deve servire alle persone.
Negli ultimi anni Victoria Lu ha abbracciato con la stessa energia pionieristica l‘intelligenza artificiale, proponendo il concetto di Curategist — un nuovo ruolo professionale che integra curatela, narrazione, tecnologia e strategia in un’unica pratica culturale orientata al futuro.
Ha co-fondato nel 2025 la AI Art Innovation Alliance a Sanya, nella provincia cinese di Hainan, e ha collaborato con l’AI Curategist Ren Ren alla pubblicazione Carbon–Silicon Co-Writing: The Rong-An Journal, un’opera co-creata attraverso il dialogo continuo con l’intelligenza artificiale, in cui l’AI non è sostituto dell’autorialità umana ma intelligenza compagna.
Nel 2026, nonostante il lutto per la perdita del marito, lo storico dell’arte Fu Shen, scomparso nel 2024, e nonostante le difficoltà finanziarie che l’hanno spinta a vendere una casa di proprietà per sostenere i suoi progetti, Victoria Lu ha portato a Venezia la grande mostra retrospettiva Metamorphosis: Beyond the Real — Searching for Victoria Lu. When Humans and AI Think Together, the Story Begins, una riflessione su oltre cinquant’anni di pratica artistica, curatoriale e intellettuale che rilancia la domanda su come la soggettività femminile possa trascendere i vincoli tradizionali nell’era digitale.
Nei miei film io sono l’attrice/l’avatar realizzato da un team di persone in un’idea di cooperazione e trasversalità tra discipline diverse. Mi piace quest’idea perché le persone hanno usato la pittura a tempera fino al 15° secolo, poi qualcuno ha inventato la pittura a olio, poi negli anni ’50 hanno iniziato a usare gli acrilici, poi negli anni ‘70 i video, chiamandoli new media a significare una nuova tecnologia.
Ho avuto la fortuna di incontrarla alla Biennale di Venezia 2026 e di soffermarmi lungamente a chiacchierare con lei. Mi ha raccontato della sua vita, le sue evoluzioni e primati, le perdite e i dolori con estrema lucidità. Riflettendo sul mondo contemporaneo, le polemiche che sempre accompagnano questo importante evento a cui partecipa da tanti anni anche autofinanziandosi perché lo ritiene il più rilevante a livello internazionale e che è sempre ispirata dall’ideale rinascimentale. Ha affermato che l’arte deve rispondere a tre criteri imprescindibili: verità, gentilezza e bellezza.
Questa minuscola e gigantesca donna vestita da bambina che mi ha stretto forte le mani e voluto che il suo dottorando ci fotografasse per il prossimo progetto, ha speso un’intera esistenza praticando questi tre principi che hanno determinato il suo cammino umano e artistico. Sono stata davvero fortunata a entrare nel suo mondo e incrociare la sua contagiosa grazia e armonia.
Non ero che all’inizio ma più tardi mi sono resa conto che questa è una mia abitudine, che amo le novità, che non posso aspettare che me le raccontino gli altri, che mi insegnino cosa c’è di nuovo, che non ho creduto nelle frontiere e nelle persone all’avanguardia per tutta la mia vita. A volte ho la sensazione di aver iniziato troppo presto, quindi finché la gente non si interesserà a cose che ho scoperto già molto tempo prima, diventerò vecchia anzitempo.
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